La “sterilizzazione” della riforma delle banche di credito cooperativo (Bcc) varata nel 2016 dal governo Renzi rischia di creare più problemi che opportunità a un segmento creditizio che di guai negli ultimi anni ne ha passati più d’uno tra liquidazioni coatte amministrative e commissariamenti. Con in testa il mito fuorviante del “piccolo è bello” e delle banche del territorio “vicine a famiglie e imprese” l’esecutivo – dopo aver prorogato di sei mesi l’entrata in vigore della riforma – si prepara a dichiarare il “liberi tutti”, cioè permettere alle Bcc che lo desiderano di continuare a ballare da sole, anziché aggregarsi a uno dei due (tre considerando l’Alto Adige e il gruppo Raiffeisen) grandi poli cooperativi identificati da Iccrea e Cassa centrale banca.

Lo scopo della riforma del 2016 non era certo quello di togliere autonomia agli istituti di credito o attaccare gli scopi mutualistici, ma di assicurarsi che il variegato mondo del credito cooperativo potesse aumentare la propria efficienza e contare su back stop efficaci in caso di crisi. Il problema delle Bcc, così come di tante Casse rurali e artigiane e di molte banche popolari sono infatti le esigue dimensioni, la bassa patrimonializzazione, il peso dei crediti deteriorati, l’inesistenza di economie di scala e le difficoltà ad attirare capitali sufficienti per effettuare gli investimenti necessari per stare al passo con l’economia digitale e gli impegni regolamentari. La stessa introduzione della nuova direttiva Mifid2 – che tra l’altro aumenta il grado di trasparenza e le tutele a favore dei risparmiatori – non è a costo zero. Un altro ordine di problemi riguarda poi la governance degli istituti cooperativi, i legami impropri con la politica e una certa imprenditoria legata alle consorterie locali, gli scandali, le malversazioni, l’inefficacia di controlli ad opera di amministratori che molto spesso non hanno una preparazione adeguata e non sono indipendenti.

Il quadro non è consolante: secondo i dati Mediobanca, nel 2017 circa un quinto delle banche italiane (114 su 500) si ritrovava ad avere più crediti deteriorati che patrimonio e tra queste la stragrande maggioranza erano proprio Casse e Banche di credito cooperativo.

Certo, la riforma del 2016 avrebbe potuto essere scritta meglio (sulla costituzionalità di alcune norme è stato sollevato più di un dubbio), ma “sterilizzarla” anziché provare a migliorarla non pare la scelta migliore, tanto più che molte Bcc hanno già avviato il processo di trasformazione previsto dalla riforma e difficilmente torneranno indietro perché hanno già effettuato delle delibere e sostenuto dei costi. Le stesse tre grandi realtà del credito cooperativo avevano chiesto al governo di non mettere in discussione i pilastri della riforma già avviata. Dunque? Se gli emendamenti presentati dalla Lega (e sostenuti dal governo) non verranno modificati si produrrà una geografia del credito cooperativo a macchia di leopardo, con tre gruppi che dimensionalmente resteranno dei “nani” dato che solo una parte delle Bcc vi confluirà, e con tante realtà sparse sul territorio che continueranno a essere gestite come prima, con tutto il carico di problemi irrisolti che questo comporta.

Se a ciò si aggiunge che il governo sembra intenzionato anche a mettere mano sulla governance delle holding del credito cooperativo, a metterne in dubbio lo status di società per azioni (per evitare “scalate”, come se ci fosse la fila di investitori italiani e internazionali pronti a fare man bassa del “ricco” comparto del credito cooperativo) e a introdurre in deroga a tutti i regolamenti internazionali (a partire da Basilea) e nazionali uno “scudo” in grado di proteggere dallo spread le “piccole, belle e buone” Bcc, cresce la preoccupazione sul grado di improvvisazione con il quale si intendono affrontare problemi seri che riguardano l’economia e i risparmi di molti italiani. Stando a quanto riferito dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, l’esecutivo intenderebbe affrontare la materia di concerto con le opposizioni: c’è da augurarsi che sia davvero così e che, alla fine, venga trovata una soluzione condivisa che permetta di fare qualche passo in avanti e non dieci passi indietro sulla riforma, anche perché – data la situazione finanziaria del Paese – il rischio che nei prossimi mesi riparta la giostra di commissariamenti e liquidazioni si fa sempre più concreto.