Un ragazzo di 24 anni è stato preso a calci e pugni durante una partita di calcio. Ha battuto la testa. A Roma un giovanissimo arbitro è stato aggredito durante una partita di Promozione tra Virtus Olympia San Basilio e Atletico Terrenova. L’Associazione italiana arbitri, nella figura del suo presidente Marcello Nicchi, ha deciso che nessun arbitro scenderà in campo questo fine settimana in tutti i campionati dilettantistici laziali. Stop, non si gioca. Ha fatto bene l’Aia a sospendere tutte le partite e accendere i riflettori su questa assurda vicenda tutta italiana.

Riccardo Bernardini, questo il nome del giovanissimo fischietto, è stato aggredito da due tifosi della compagine di San Basilio. Reo di aver mostrato due cartellini rossi ai calciatori della Virtus, che ha poi perso in rimonta 3 a 2. Partita finita. Mentre si fa la doccia viene raggiunto negli spogliatoi da chi non sa perdere e pestato. Prognosi di dieci giorni. Al campo sportivo Francesca Gianni è andata in scena una tragedia sportiva. Perché così come i bambini hanno il diritto di migliorarsi, anche gli arbitri hanno il diritto di sbagliare: gli arbitri, soprattutto quelli giovani – quelli come Riccardo, quelli che vanno ancora a scuola e all’università – hanno il diritto di non essere campioni. Ogni domenica, prima e dopo ogni gara, bisognerebbe applaudire questi ragazzi che si assumono giovanissimi la responsabilità di dirigere una gara.

Questi ragazzi vengono ricoperti d’insulti, a partire dai genitori che seduti sugli spalti protestano a ogni episodio. Questi ragazzi devono crescere in fretta, imporsi in fretta, per non soccombere e abbandonare una passione sempre più rara. I ragazzi in campo sono lo specchio di ciò che gli adulti mostrano ogni giorno. Se perdi non è colpa tua, se perdi è colpa di altri, se perdi è colpa dell’arbitro, venduto, cornuto, inutile, chiamato in modo beffardo “signore”. Questo episodio – non un fatto raro: ogni anno sono oltre 500 i casi di aggressioni ad arbitri sui terreni dilettantistici e giovanili – ci insegna una cosa: i nostri giovani non sanno perdere. E gli adulti non fanno niente in merito, non c’è la cultura della sconfitta come naturale processo per migliorarsi, la sconfitta è colpa, la sconfitta è disonore.

Non si insegna sui campi di calcio che si può anche perdere, che la partita non è altro che la fine dell’allenamento settimanale in cui mettiamo in pratica ciò che abbiamo appreso durante la settimana. La squadra che sfidiamo non è nostra nemica, sono avversari. Sono ragazzi come noi che cercano qualcuno con cui confrontarsi. In Italia la squadra più titolata, quella che vince ininterrottamente da più di un lustro, ha come motto: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Le aggressioni non si fermeranno fin quando non ci sarà una nuova visione di sconfitta, una nuova forma di gloria senza medaglie, senza goal, senza classifiche, una gloria che non annulli la competizione ma renda fieri giocatori, arbitri e familiari, non tanto del risultato ma del gesto tecnico.

Il mondo del calcio ha tanto da imparare dal rugby, dal terzo tempo del rugby, pratica che andrebbe diffusa su tutti i campi da calcio. Il calcio italiano ha tanto da imparare dal modello educativo spagnolo, che mette al centro del percorso calcistico il gesto tecnico, il contatto con la palla, l’azione corale, il passaggio come strumento cardine, principe per il raggiungimento collettivo del risultato finale, detto goal. Ripetiamo ai bambini la frase di Zeman: “Non c’è niente di male a essere ultimi, se lo si è con dignità”.

Il Lazio, insieme a Calabria, Sicilia e Campania – prima in assoluto – sono le regioni dove maggiormente avvengono queste aggressioni. In terra laziale sono già otto dall’inizio dell’anno. Accorato è stato l’appello della mamma di Riccardo: “lasciato solo, senza nessun intervento. Nessuno l’ha difeso. Gli hanno tirato dei sassi”. La mamma vuole costituire insieme ad altre mamme di giovani arbitri un’associazione per tutelarli. Fanno bene i vertici di istituzioni sportive – e non solo – ad avere polso in una situazione del genere, fanno bene a bloccare tutto. Ma non basta! Ho il timore che passata l’ondata mediatica si ritornerà alla base di questa vergogna fatta di uomini che insultano dietro le reti di protezioni, uguali a quelli che insultano nascosti dietro tastiere. Questa battaglia si vince con gli allenatori-maestri, che oltre i palleggi e gli schemi insegnino ai ragazzi a saper perdere.