Vitino l’Enél era il leader indiscusso del gruppo, l’uomo che tesseva le fila e organizzava quel business miliardario che da Bari era diventato così tentacolare da arrivare in Africa, in Sud America e in diversi paradisi fiscali. Cercavano persone in grado di fare “pin, pin, che cliccano” non “quattro scemi che fanno ‘bam, bam’ in mezzo alla strada”, come raccontano le intercettazioni telefoniche della Guardia di finanza nella maxi-inchiesta di tre procure e coordinata dalla Dna che, solo nel capoluogo pugliese, ha portato a 22 arresti. Alla testa di tutto secondo gli inquirenti c’era lui, Vito Martiradonna, detto Vitino l’Enél, storico cassiere del clan Capriati.

“Rapporti con polizia giudiziaria e servizi” – Ma nonostante sia più volte finito nel mirino degli inquirenti andava avanti con gli affari, tanto da costituire un “brand” autonomo spendendo la sua fama per i “rapporti con le organizzazioni criminali, anche di stampo mafioso” e si occupava del “reimpiego dei proventi illeciti” del gioco d’azzardo online, scrive la gip del Tribunale di Bari, Giovanni Anglana, nell’ordinanza di custodia cautelare che l’ha portato in carcere assieme ai figli e alle altre persone coinvolte nel monumentale affare che ruotava attorno alla Paradisebet e alla Centurionbet, società di cui Il Fatto Quotidiano si era occupato già due anni fa con una lunga inchiesta. Non solo, perché Vitino l’Enél era capace di avere “rapporti con la polizia giudiziaria e con i Servizi segreti per ottenere informazioni sulle indagini”. Il giudice per le indagini preliminari non ha dubbi a riguardo, poiché durante l’inchiesta i Martiradonna – si legge nell’ordinanza – riuscirono ad avere i verbali di interrogatorio di un collaboratore di giustizia calabrese che parlava degli affari dei clan nel gioco d’azzardo e proprio Vitino ha incontrato in almeno un’occasione un agente dei servizi segreti in forza all’Aisi.

L’incontro con l’agente dell’Aisi – È il 19 ottobre 2015, documentano gli investigatori, e “seduti al tavolino sul marciapiedi antistante il bar Sica“, uno dei luoghi ‘base’ del cassiere del clan Capriati, “ci sono il condannato per mafia Vito Martiradonna e l’agente dei servizi segreti G. D., finanziere in forza ai servizi di informazione e sicurezza Aisi”, scrive la gip. Ci sono le intercettazioni ambientali e le immagini videoregistrate di quell’incontro. Gli investigatori vedono e ascoltano. “Pacche sulla spalla e strette di mano sottendono a una conoscenza pregressa”, annota la giudice. Vitino l’Enel si sfoga con l’agente, non indagato nell’inchiesta: “Finanzieri, è accanimento, è accanimento”. E ancora: “Il cassiere… il tribunale… pagato non pagato”. Quelle frasi “hanno un solo significato” per la gip: “Martiradonna stava raccontando delle indagini sul suo conto (e chiedendo) di assumere informazioni” su un’indagine.

“Il faccia a faccia è un fatto allarmante” – Non è sicuro – scrive il giudice – se seguì “un effettivo interessamento alle indagini da parte dell’agente dei servizi”. Di certo, si sottolinea nell’ordinanza, “gli incontri con ufficiali di polizia giudiziaria della Guardia di finanza deporrebbero in tal senso”. Tre settimane più tardi, infatti, lo 007 “si trovava all’interno della caserma Partipilo”, sede del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza e del dipendente Gico, “articolazione che stava svolgendo le indagini” sulle quali Martiradonna, secondo l’accusa, avrebbe chiesto informazioni. Lo 007 si intrattiene “con un ufficiale dello stesso Gico”, il quale “gli consegnava una busta contenente un foglio formato A4″ che l’agente dell’intelligence “prima visionava e poi reintroduceva nella stessa busta che riponeva nella tasca destra” della sua giacca. “L’incontro tra un agente dei servizi con un condannato per mafia è di per sé un fatto allarmante, ancora di più se questo ha avuto ad oggetto le indagini di polizia su suo conto”, commenta il gip ricordando che Martiradonna “di sicuro può vantare conoscenze importanti anche tra il personale in forza alla Squadra mobile della polizia di Bari”.

Le “capacità di inquinamento probatorio” – “Ad ogni buon conto – conclude la giudice – l’episodio è di per sé dimostrativo delle singolari capacità di inquinamento probatorio da parte di Martiradonna”. A provarci non era solo Vitino l’Enél. Perché “è corretta la dolente constatazione” dei pm che si sono occupati dell’inchiesta, spiega la gip: mentre i magistrati indagano avvalendosi delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia l’organizzazione “si avvale delle stesse per prevenire, monitorare ed inquinare le indagini”. Due i casi riportati nell’ordinanza. Nel primo caso Francesco Martiradonna, figlio di Vitino, entra “in possesso di alcuni verbali di interrogatorio” inviati da Francesco Catacchio, anche lui coinvolto nell’inchiesta della Dda barese: si tratta delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Mario Gennaroex patron della Betuniq, che fino al 2015 da Malta reggeva le fila del business del gioco online e è considerato affiliato al clan ‘ndranghetista dei Tegano. “Dammi una mail che devo inviarti un documento”, dice Catacchio a Martiradonna prima di spedire il file di 70 pagine. “Come ne fosse entrato in possesso Catacchio e perché siano stati inviati a Francesco Martiradonna, non è stato possibile comprenderlo – scrive la gip – Se ne può trarre spiegazione logica-deduttiva: analizzare, elaborare e monitorare le attività investigative” sui giochi online. Altri verbali riservati, sostiene l’accusa, sono stati inviati a uno dei figli di Vitino l’Enél da Paolo Tavarelli, finito ai domiciliari e già titolare di quote di una holding attiva in Italia con il marchio PlanetWin365, coinvolto solo sotto la sua gestione terminata nel 2017. In questo caso a Martiradonna arrivano altre dichiarazioni rese ai pm da Gennaro, oltre al verbale di di Luigi Tancredi, il “re delle slot” di Potenza, accusato nel 2016 di aver favorito con le sue attività il clan dei Casalesi.