Premessa: chi sta al governo e ricopre cariche istituzionali deve avere sempre la decenza di non parlare mai di giornali e giornalisti. Tantomeno di insultarli. Perché in democrazia, come ci ha spiegato più di due secoli fa Alexis de Tocqueville, “per raccogliere i beni inestimabili prodotti dalla libertà di stampa, bisogna sapersi sottomettere ai mali inevitabili che essa fa nascere”. Detto questo, a parere di chi scrive, i tanti colleghi che oggi si stracciano le vesti per le parole di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista dovrebbero farsi un serio esame di coscienza. Lo spettacolo fornito in questi due anni da molti giornali italiani nei confronti di Virginia Raggi è stato a volte indecente e spiega bene perché di questi tempi la nostra categoria, in tutti i rilevamenti di opinione, venga considerata dopo quella dei politici la meno credibile e affidabile.

La sindaca non è stata solo (legittimamente e spesso giustamente) criticata per il modo in cui ha svolto il suo incarico e non è stata solo al centro di doverose cronache giudiziarie sul suo processo. Fingere che non vi sia stato dell’altro è ipocrita. Basta digitare su Google la parole Virginia Raggi e amante per trovare testate grandi e piccole che le hanno attribuito relazioni con Raffaele Marra, Salvatore Romeo e Daniele Frongia. E che l’hanno attaccata con beceri toni sessisti. I grandi giornali non ci hanno poi pensato due volte a rilanciare senza nessuna verifica foto, prese in rete, che a loro avviso dimostravano come la sindaca girasse con costose borsette Hermes da 9000 euro, quando invece si trattava di accessori da 100 euro o giù di lì. Ma non basta. Perché gli atti giudiziari sono utilizzati in spregio alle elementari regole della cronaca che prevedono, quando è possibile farlo, di interpellare le persone di cui si scrive (cosa che ha sempre fatto il nostro Marco Lillo quando si è occupato di Tiziano Renzi nel caso Consip).

L’esempio più clamoroso ha riguardato i titoli di prima pagina in cui Corriere, Repubblica e Messaggero sostenevano che Di Maio avesse difeso il funzionario infedele, e secondo la procura corrotto, Raffaele Marra. In base a documentazione parziali a Di Maio è stato dato del bugiardo quando sarebbe bastata una telefonata per capire come stavano le cose. E il giorno dopo, a vicenda chiarita, si è cercato di nascondere l’accaduto e in un caso si è addirittura continuato ad insistere.

Intendiamoci a tutti può accadere di sbagliare. E nemmeno ilfattoquotdiano.it è esente da errori. Ma quando capita non ci si può poi lamentare se gli interessati si rivolgono non alla magistratura per intentare delle cause che verosimilmente in molti casi avrebbero vinto, ma all’ordine dei giornalisti segnalando, nome per nome e articolo per articolo, tutti i casi in cui ritengono che dei colleghi siano venuti meno ai loro doveri professionali. Al contrario delle parolacce e degli insulti questa è una strada istituzionalmente corretta, non un attentato alla democrazia. E nemmeno una lista di proscrizione.

Per questo oggi a me – che due anni fa avevo scritto che Virginia Raggi doveva “scusarsi o dimettersi per aver mentito sull’iscrizione al registro degli indagati di una sua assessora – l’atteggiamento scandalizzato di molti miei colleghi provoca solo tanta pena. È come se non avessimo capito che per vendere i giornali abbiamo non solo il dovere, ma anche l’interesse, a essere professionalmente ineccepibili. È come se non comprendessimo l’ovvio. Cose semplici del tipo: se giustamente pubblichi pagine sulle inchieste riguardanti la sindaca di Roma (notizia importante e da seguire con ampio spazio), non puoi contemporaneamente dedicare 40 righe alle indagini per reati analoghi sul sindaco di Milano. Perché chi ti legge poi se ne accorge e comincia a pensar male. E a poco poco smette di comprarti.

Per questo, in un momento di crisi generale della carta stampata, chi lavora nei giornali (qualunque sia la posizione politica della sua testata) dovrebbe cominciare a riflettere. Abbiamo un problema. E se non lo risolviamo cercando di essere giornalisti migliori a farci scomparire non saranno gli insulti e le minacce del politico di turno, ma le scelte dei lettori.