Dodici condanne per ribellione, sette per malversazione di fondi pubblici e un totale di oltre 200 anni di carcere. Sono le pene chieste dalla procura generale spagnola per l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras e altri cinque consiglieri del governo di Carles Puidgemont a un anno esatto dalla loro incarcerazione. Era il 2 novembre 2017 quando i leader indipendentisti venivano arrestati a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Parlamento di Barcellona, forte del risultato del referendum del 1° ottobre. E le richieste hanno già avuto un effetto deflagrante nei rapporti tra il governo di Pedro Sánchez (appoggiato da Podemos) e i partiti autonomisti, i cui voti sono fondamentali per approvare la legge di bilancio (i Presupuestos generales del estado) e prolungare la vita dell’esecutivo. Le due forze catalane, i moderati del PdeCat (il partito di Puidgemont) e i progressisti dell’Erc (il partito di Junqueras) contano 17 membri al Congresso e 16 al Senato: senza il loro appoggio, l’alleanza Psoe-Podemos non ha i numeri sufficienti in nessuno dei due rami. A rischio c’è anche il sostegno degli 11 parlamentari del Pnv, il partito nazionalista basco, per natura sensibile alla causa indipendentista.

Il alla legge di bilancio è sempre stato condizionato, da parte di Erc e PdeCat, a segnali concreti di distensione da parte del governo nei confronti dei politici sotto processo. Un obiettivo – inimmaginabile ai tempi di Mariano Rajoy – che sembrava in qualche modo raggiungibile con Sanchez, grazie anche alla mediazione del leader di Podemos, Pablo Iglesias. Se la manovra non sarà approvata entro marzo, il governo dovrà prorogare il bilancio del 2018 e sarebbe costretto di fatto alle dimissioni, con nuove elezioni da convocare nella stessa primavera del 2019 o più probabilmente in autunno.

Le dichiarazioni dei leader catalani, per ora, non lasciano immaginare alcuno sviluppo diverso da questo: il capogruppo dell’Erc, Sergi Sabrià, ha annunciato il “no forte e chiaro” dei suoi deputati ai Presupuestos, denunciando la “virulenza inaspettata” delle richieste della procura. Anche il presidente del PdeCat, David Bonvehì, è stato lapidario: “È evidente che non c’è nulla da negoziare. Ora se la devono sbrigare loro, con il loro bilancio e la loro politica spagnola”, ha dichiarato partecipando a un sit-in di solidarietà fronte al carcere di Lledoners, dove sono rinchiusi Junqueras e gli ex consiglieri della Generalitat Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull.

Per tutti loro, i magistrati hanno chiesto la condanna per ribellione e malversazione del denaro pubblico investito nel referendum: la richiesta per Junqueras, considerato il capo del movimento, è di 25 anni di carcere e interdizione dai pubblici uffici (il massimo previsto), quella per i quattro consiglieri è di 16 anni. Diciassette anni, invece, la pena sollecitata per Carme Forcadell, ex speaker dell’assemblea catalana, nonché per Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader delle associazioni culturali indipendentiste Anc e Ómnium cultural, che hanno avuto un ruolo centrale nell’organizzazione delle urne.

Colpevole di ribellione, nell’ordinamento spagnolo, è chi insorge “violentemente e pubblicamente” per raggiungere una serie di obiettivi, tra cui “dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale”. È necessario, quindi, che la sollevazione avvenga con atti violenti. Secondo l’accusa, la violenza è insita nella “forza intimidatrice” delle manifestazioni convocate dai leader indipendentisti contro il governo di Madrid: potendo contare, tra l’altro, sulla fedeltà della polizia catalana (i Mossos d’Esquadra), per il cui capo, Josep Lluis Trapero, l’accusa ha chiesto 11 anni di carcere in un procedimento separato. Per sostenere la propria tesi, la procura ha fatto riferimento anche ai fatti del 20 settembre 2017, quando la Guardia Civil fece irruzione negli edifici governativi di Barcellona per sequestrare il materiale relativo al referendum: centinaia di catalani tentarono di impedire il blitz, e in 14 vennero arrestati.

L’avvocatura dello Stato, parte in causa nel procedimento, è stata più cauta nelle richieste di condanna: ha escluso che gli imputati siano colpevoli di ribellione, limitandosi a contestare il meno grave reato di sedizione. In base ad esso i rappresentanti del governo hanno chiesto 12 anni per Oriol Junqueras, 11 anni e mezzo per Forn, Romeva, Turull e Tull, 10 per Carme Forcadell e 8 a testa per i due “Jordis”, Sánchez e Cuixart. E se il Partido popular e Ciudadanos, le due forze più ostili all’indipendentismo, stigmatizzano lo “sconto” definendolo un’inaccettabile concessione ai sovversivi, per i partiti catalani quello che voleva essere un gesto di distensione del governo è poco più di una presa in giro. “L’accusa di sedizione al posto di quella di ribellione non è un’apertura ma una trappola, che serve a legittimare un processo indegno di qualsiasi stato democratico”, scrive su Twitter Quim Torra, presidente della Generalitat di Barcellona.

Pablo Iglesias, l’esponente della maggioranza più vicino agli indipendentisti, ha tentato di superare la crisi invitando il PdeCat e l’Erc a sganciare il voto sui Presupuestos dalla questione giudiziaria, mostrando responsabilità istituzionale. “Votate la manovra”, ha chiesto pubblicamente ai parlamentari catalani, “non fate pagare il prezzo di questa situazione ai lavoratori. Quale sarà il beneficio per i prigionieri politici catalani se non verrà alzato il salario minimo?”. La legge di bilancio, infatti, è un provvedimento a cui Podemos tiene in modo particolare, in quanto contiene norme che realizzano alcune battaglie storiche del movimento: l’innalzamento del reddito minimo a 900 euro, appunto, ma anche la Tobin tax, l’imposta patrimoniale, misure per l’ambiente e per la parità di genere.

La legge è talmente caratterizzata in senso contrario alle politiche di Rajoy che i media spagnoli l’hanno definita “la più a sinistra della storia”: anche per questo, i progressisti dell’Erc potrebbero provocare qualche malcontento nel proprio elettorato se non votassero il testo. C’è tempo, comunque, almeno fino a febbraio, quando la legge di bilancio dovrebbe approdare al Congresso dei deputati. Ma lo stesso Iglesias ha ammesso che dopo le richieste di condanna le elezioni generali sono più vicine: “Il governo non ha avuto coraggio”, ha dichiarato. “È vergognoso che siano stati chiesti 17 anni per i due Jordis, mentre il responsabile di una guerra illegale e della corruzione di questo Paese va in giro a spiegare cos’è la democrazia”, ha aggiunto, riferendosi all’ex presidente Josè Maria Aznar.