Appena ho visto che stava per uscire la versione italiana di Jacobin, il sito più interessante della sinistra americana, e ho visto il profilo di Toussaint Louverture sulla dichiarazione di intenti sono stato felicissimo. E tentato, perfino, di porre una parte del mio tempo di pensionato che guarda i cantieri della sinistra a disposizione della nuova redazione dove, tra gli altri, c’è quella Marta Fana che sognerei al ministero del Welfare. Poi mi sono fatto uno scrupolo. Vedi mai che io, che pure giacobino mi sento e mi dichiaro, non sia “adatto” all’impresa? In effetti la lama della ghigliottina di Jacobin Italia cala a dividere il mondo in due. Contro la dittatura del mercato e contro il sovranismo nazionalista. Sulla prima non ci piove. Ma sulla seconda? Vale il sostantivo, oppure l’aggettivo? O sono un tutt’uno? Perché se il problema è l’aggettivo mi sento tranquillo, ripeto con Johnson e Kirk Douglas: “Patriotism is the last refuge of a scoundrel”. Se il problema è il sostantivo, Houston abbiamo un problema. Quello che un altro marxista come Costas Lapavitsas affronta nel suo ultimo libro e che è riassunto qui.

Vediamo. Sappiamo che, qui e oggi, la battaglia contro la dittatura del mercato non si dà e non si può dare all’interno della costruzione mercantilistica meglio nota come euro? Abbiamo metabolizzato la catastrofe greca in cui il mercato non solo ha distrutto la sinistra radicale, senza nemmeno bisogno di un tank per le strade, ma il concetto stesso di democrazia liberale, cioè il vecchio “no taxation without representation”? Abbiamo idea di quale sia il Nawru, il tasso di occupazione che non crea inflazione che Bruxelles fissa per noi (il 9,9%)? Cioè stiamo parlando della realtà che ci circonda? Oppure, persi i vecchi ancoraggi, stiamo ripetendo in piccolo l’errore grande della sinistra moderata transitata al galoppo dalle macerie del Muro all’esaltazione di un’inesistente Europa spinelliana?

Abbiamo così rapidamente dimenticato che la base ideologica del quarantennio dei Chicago boys è “affamate la bestia” statale. Basta rileggerli, i liberali europeisti, impegnati come Ron Swanson in Parks and recreation: “Sure I love shutting things down and bleeding the rotting beast from the inside”. Proprio perché la lama della ghigliottina è affilata credo che essa possa, anzi debba avere la forza di separare la polpa della realtà dalla buccia dei miti. E non fare confusione. Banalmente gli “odiosi confini” sono tali per i disperati che annaspano nel Mediterraneo o si comprimono nei sottovani dei tir, ma non sono affatto odiosi per i capitali che saltano da un Paese all’altro determinandone il futuro democratico. La globalizzazione non è l’internazionalismo, altrimenti scadiamo nel vecchio slogan della mia gioventù “classe operaia, borghesia del terzo mondo”. E allora speriamo, spero, che a contare siano le due parole ma solo messe insieme. Spero di non assistere oltre alla riedizione in sedicesimo della contrapposizione tra socialismo in un solo Paese e rivoluzione permanente.