Ho letto Dialogo dei ragazzi morti di Francesca Caminoli e Guido Veronesi due volte. La prima perché mi attirava il titolo e la genesi che aveva avuto: una madre, la scrittrice, perde il figlio, Guido, artista di 26 anni. Dopo qualche tempo ritrova tra le sue cose sette racconti. Racconti un po’ allucinati, scarni, misteriosi. Le viene in mente che sette sono anche gli amici di Guido che come lui hanno perso la vita molto giovani.

Così Caminoli inventa una cornice in cui inserire i racconti: un aldilà in cui sette ragazzi, identificati solo con un numero (uno, due, tre, ecc.), vagano alla ricerca di qualcosa di diverso dalla routine della vita eterna sulle sponde di un incantato lago di montagna. Varcano dunque confini proibiti, entrano in altri universi, altri paradisi popolati da altri morti, neri, bambini, donne, vecchi. Ogni passaggio è accompagnato dalla lettura di uno dei racconti scritti dal ragazzo numero cinque.

La seconda volta l’ho letto come fosse un testo di filosofia, perché al fondo di questo romanzo c’è l’eterno dissidio tra vita e morte, tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia, tra potenti e derelitti. Con una scrittura che sembra una sceneggiatura, Caminoli racconta ora l’inferno della terra (ad esempio la discarica di Managua, dove i bambini sniffano la colla), ora la meraviglia di un grande immenso orso bianco che trasporta ragazzi, bambini, neri e donne nel cielo azzurro del mondo eterno.

Anima il romanzo una grande indignazione per le ingiustizie. I sette ragazzi guardano il mondo eterno in cui si muovono, in cui non c’è più sofferenza o morte, e si chiedono perché non rovesciare le cose, e far accadere il male dove questo non può nuocere a nessuno, visto che tutti gli abitatori della vita eterna sono insensibili al dolore. Così il mondo di sotto sarebbe finalmente libero dalla violenza, dalla miseria, dalle ingiustizie.

Non dirò come va a finire questo progetto dei sette ragazzi, perché la sua realizzazione non è essenziale ai fini della narrazione. Fondamentale è il desiderio, attraverso la scrittura, di sconfiggere il muto senso di impotenza che proviamo dinanzi alla violenza e al sopruso che investe i più deboli. E centrale è anche il giusto desiderio di una madre di dare voce pubblica agli scritti di un figlio che ha deciso di andarsene troppo presto.

Il romanzo si muove dunque su un piano narrativo e uno filosofico. Come recita il titolo, l’azione viene portata avanti solo dai dialoghi, pochissime le descrizioni. Per questo alla fine della seconda lettura, chiuso il libro, mi è sembrato di aver assistito a una pièce teatrale. E anche se i ragazzi nel loro viaggio vanno da Firenze alle foce del Gange, dai picchi innevati al deserto, non si ha mai la sensazione di essere in una fiaba, non c’è lieto fine.

Molti complimenti anche all’editore Jaca Book per aver pubblicato un testo non facile, sperimentale, impegnato e coraggioso in un periodo così avvilente della nostra storia umana.

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