In tutto il mondo, a causa dell’innovazione tecnologica, si riduce sempre più nel corso degli anni la domanda di lavoro a parità di prodotto. La quarta rivoluzione industriale, o Industry 4.0 come è stata chiamata in Germania per la prima volta nel 2011, comporta un’accelerazione dei processi di innovazione in diverse direzioni, tutte risparmiatrici di lavoro e in particolare di lavoro a bassa (e di recente anche a media) qualifica professionale. I cambiamenti che sono più avanti e visibili sono la robotizzazione della produzione in fabbrica e la digitalizzazione del consumo. Seguiranno presto la robotizzazione anche dei servizi di cura alla persona e una serie di altre attività lavorative più “creative”.

Le fabbriche sono ormai quasi tutte completamente automatizzate, facendo scomparire progressivamente la classe operaia. Anche i colletti bianchi stanno scomparendo. La digitalizzazione del consumo sta già rendendo visibile la scomparsa della classe media dei commercianti prima e poi anche degli scaffalisti, cassieri e altri operatori della grande distribuzione organizzata che cede il passo allo shopping on line e, quindi, ai cosiddetti platform worker, i rider, e gli autisti di Amazon, come già notato in un precedente post. Il lavoro dei call center comincia già ad essere sostituito dai robot che diventano segreterie telefoniche interattive capaci di interpretare le richieste dei clienti e smistarle all’operatore più adatto o a un altro robot.

Insomma, diventa sempre più vicino alla realizzazione il sogno o, se si vuole, l’incubo ottocentesco della fabbrica totalmente automatizzata. Già ci sono esempi in quasi tutti i rami della produzione, anche in agricoltura. Basta fare una googlata per rendersene conto. È l’avvento prepotente della gig economy.

In passato il sindacato, il cui sviluppo era anche favorito dalla concentrazione di una massa enorme di lavoratori in fabbrica, riusciva a imporre che una parte del plusvalore fosse redistribuito anche a favore dei lavoratori, mantenendo i salari alti e crescenti. Oggi, i nuovi metodi di produzione portano a una dispersione dei lavoratori nelle diverse imprese sempre più automatizzate. Ciò certo non favorisce il sindacato che non riesce più a imporre una redistribuzione a favore del lavoro.

La conseguenza è non solo una crescente disoccupazione, soprattutto giovanile, ma anche una forte precarizzazione del lavoro, con una preferenza sempre più forte da parte delle imprese per i contratti di lavoro temporanei e, manco a dirlo, una riduzione sempre più forte e preoccupante dei salari medi. Viene meno anche il concetto di salario di sussistenza, che era l’ancora verso il basso che le imprese erano costrette a seguire dal Settecento fino ad anni recenti per retribuire i propri lavoratori. Dovevano pagare loro un salario almeno in grado di assicurare la sopravvivenza dei lavoratori e della loro prole. Questo era il senso della parola “proletario”.

Ai “proletari” si sostituiscono sempre di più in tutte le economie avanzate i working poors, lavoratori che percepiscono un salario al di sotto della soglia di povertà o di sussistenza. Non è un caso raro sentire di lavoratori costretti a lavorare otto ore al giorno in call center o in altri lavori a bassa qualifica per 300-400 euro al mese, un salario inferiore alla sussistenza propria, per non parlare della prole.

Ne segue che i figli diventano un lusso e la sostituzione dei proletari con i working poors contribuisce a spiegare il calo drammatico della popolazione italiana, al netto degli immigrati. La società appare sempre più polarizzata fra una proprietà dei mezzi di produzione sempre più ricca e inarrivabile e un lavoro altamente professionale che detiene quote crescenti di reddito e di ricchezza da un lato, e una massa vieppiù crescente di working poors dall’altro lato. La classe operaia e la classe media scompaiono giorno dopo giorno.

È da questi dati che parte anche la riflessione di Beppe Grillo, il fondatore ed ideologo del M5s, quando propone il reddito di cittadinanza. Il M5s propone che il reddito sia redistribuito attraverso la fiscalità generale, anziché attraverso le imprese e il mercato. Va dato il merito a Grillo e al M5s di essersi accorti del problema prima della sinistra tradizionale, sempre più a braccetto con le élite e lontana dalle classi più deboli che costituiscono da sempre il suo elettorato.

Ora, però, il reddito di cittadinanza può essere certamente una risposta, ma è una risposta che considero profondamente sbagliata. Non può certo essere la soluzione nel lungo periodo, poiché è costosa e il costo lo assumono i lavoratori più qualificati i cui redditi già sono tartassati per via fiscale. Si accentua il conflitto fra lavoratori a diversa qualifica, oltre a scoraggiare sempre più le assunzioni che costano sempre più alle imprese.

Che fare allora? Se il sindacato non ce la fa da solo, occorre un salario minimo definito per via politica a livello nazionale, piuttosto che un reddito di cittadinanza. Come ha fatto la Germania da poco e come fanno da tempo tutti i Paesi del mondo, anche nel mondo anglosassone. Per far scomparire la working poverty occorre che le imprese paghino almeno un salario di sussistenza ai propri dipendenti, come accadeva anche nel capitalismo selvaggio degli albori. Poi occorre dare forza e rappresentanza politica anche ai platform worker, ai rider, e ai lavoratori dei call center. Bisogna chiedere che siano rispettati i loro diritti di lavoratori dipendenti. I platform worker hanno elaborato una carta dei diritti che va realizzata al più presto.