Giuslavoristi a confronto sulla riforma dei centri per l’impiego promessa dal governo. Che le strutture pubbliche di mediazione fra offerta e domanda di lavoro finora non abbiano funzionato, è evidente a tutti. Sull’ipotesi che possano essere riorganizzate in modo tempestivo ed efficace a sostegno del reddito minimo garantito, i pareri si dividono, con prevalenza degli scettici. “Comunque la si pensi sul cosiddetto reddito di cittadinanza, è una sfida da far tremare i polsi”, dice uno.

“C’è molto da fare su formazione del personale, aumento degli organici e digitalizzazione, per far funzionare la macchina ci vorranno dai due ai cinque anni e maggiori investimenti”, sostengono altri. C’è chi non si fa illusioni: “Il sistema non può funzionare, prima di tutto perché mancano le opportunità di lavoro da offrire a chi riceverà il sussidio, si rivelerà una misura assistenziale”. C’è chi sottolinea la necessità di vigilare con attenzione sui meccanismi di condizionalità: “Altrimenti salta tutto l’impianto”.

E c’è anche chi propone un’ipotesi alternativa: “Se l’obiettivo è la ricerca di lavoro, l’unica possibilità realistica è iniziare con una convenzione con le agenzie private sotto la regia pubblica”. Ma una premessa è d’obbligo: “non c’è ancora un testo ufficiale, né sul reddito né sui centri, solo dichiarazioni; noi giuristi siamo abituati a commentare le norme”. Ecco le interviste registrate a Bologna, in occasione del convegno nazionale dell’AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani).

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