“È molto probabile che continuando a scavare si possano trovare altri frammenti ossei umani perché sotto la sede della nunziatura in Italia c’era un cimitero”. Quindi quei resti potrebbero non essere gli unici che si trovano sotto il palazzo di via Po 27, a Roma. Fonti vaticane riferiscono questo a ilfattoquotidiano.it, all’indomani del ritrovamento di resti sotto il pavimento dell’interrato della nunziatura apostolica. Un rinvenimento, avvenuto durante lavori di ristrutturazione dell’edificio vaticano, che ora è sottoposto ad accertamenti scientifici per verificare se possano essere i resti di Emanuela Orlandi, scomparsa a 15 anni il 22 giugno 1983 e di Mirella Gregori, sua coetanea scomparsa nello stesso anno in circostanze analoghe. Intanto da un primo esame fatto sulle ossa del bacino pare che si tratti di un corpo di donna. Gli altri frammenti, invece, appartengono a un’altra persona.

Ma come è possibile che siano stati rinvenuti resti umani nell’edificio vaticano? La fonte spiega al fatto.it che Villa Giorgina, ovvero la sede della nunziatura in Italia, era di Isaia Levi, un senatore e industriale torinese ebreo che si convertì al cattolicesimo. Levi lasciò in eredità la propria residenza romana a Pio XII nel 1949 per ringraziarlo per ciò che aveva fatto per gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma fu solo dieci anni dopo, nel 1959, che Giovanni XXIII spostò la sede della nunziatura a Villa Giorgina dove è attualmente.

Il ritrovamento – Le ossa sono state trovate in quella che era la guardiania all’interno della Nunziatura vaticana. I resti, secondo quanto si apprende, erano in quello che era l’edificio del custode della struttura, una grande villa con un ampio giardino e diverse dependance. Le ossa sarebbero tornate alla luce nel momento in cui gli operai stavano per rifare il ‘massetto’ del pavimento dell’edificio. I quattro operai, in base a quanto è emerso, si sono imbattuti nelle ossa mentre erano impegnati nella ristrutturazione di un pavimento. I quattro, secondo quanto si apprende, sarebbero già astati ascoltati dalla gendarmeria vaticana.

Gli accertamenti – “L’estrazione del Dna e le analisi conseguenti, come il confronto con quello della persona a cui si sospetta appartengano i resti o i familiari, non richiedono molto tempo, si possono fare in 7-10 giorni – spiega Giovanni Arcudi, direttore della Medicina Legale dell’università Tor Vergata di Roma -. Non sempre però si riesce a ricavare del materiale genetico utilizzabile, dipende sempre da come sono conservati i resti, e anche da che tipo di ossa abbiamo. Dai denti ad esempio si ricava bene, e anche dalle vertebre, ma ad esempio la conservazione in luogo asciutto o umido ha una grande influenza sulla possibilità di estrarre un Dna ‘pulito'”. In assenza del Dna, spiega Arcudi, si ricorre agli esami sulle ossa. “Questi richiedono più tempo, ogni singolo frammento viene valutato e misurato. Potenzialmente anche da questi esami si può sapere molto, dall’età alla statura al sesso, oltre alla presenza di lesioni ossee che possono essere confrontate con quelle della persona sospettata. Dalla degradazione dell’osso si può anche stimare da quanto tempo i resti si trovavano nel luogo del ritrovamento, con una approssimazione di almeno 10-20 anni”.

Il 30 ottobre intorno alle 21.30 si è svolto un nuovo sopralluogo della Scientifica all’interno della Nunziatura. Anche stamattina l’edificio è presidiato, come tutti i giorni, da due militari e all’interno proseguono i lavori di ristrutturazione, gli stessi che hanno portato al ritrovamento della ossa. “Qui si sentono sempre i rumori dei lavori degli operai e del servizio di giardinaggio“, spiega un residente. La struttura è blindata e alcuni religiosi sorvegliano a distanza i rari momenti in cui vengono aperte le entrate.

I primi accertamenti, meno complessi e che si basano su parametri antropometrici, punteranno a stabilire con certezza sesso, età, causa ed eventuale data del decesso. Verifiche comunque che prenderanno alcuni giorni. Solo dopo gli specialisti della scientifica cercheranno anche di individuare sui resti la presenza di Dna per una eventuale comparazione con quello di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. In questo ambito molto dipenderà dallo stato di conservazione dei luoghi e degli stessi frammenti ossei perché se particolarmente deteriorati potrebbe rendere impossibile individuare un codice genetico.

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