La fabbrica dei veleni chiude. Il consiglio di amministrazione di Miteni Spa, la società proprietaria dello stabilimento di Trissino, in provincia di Vicenza, indicato come l’epicentro dell’inquinamento da Pfas, ha annunciato che presenterà istanza di fallimento. Una notizia che da un lato apre la via per la chiusura degli impianti e quindi per la fine degli sversamenti nel sottosuolo, ma che dall’altro pone problemi occupazionali e di risanamento della falda e dei terreni inquinati. Chi si farà carico di intervenire con un piano di risanamento ambientale?

La decisione del cda è motivata “dall’impossibilità di attuare il piano industriale dell’azienda”, che avrebbe dovuto essere presentato tra una settimana, il 4 novembre. E così sarà depositata l’istanza in Tribunale, nello stesso palazzo di giustizia dove la Procura sta indagando sui danni all’ambiente causati dalla produzione di sostanze perfluoroalchiliche. La società “ha rilevato l’impossibilità di giungere alla definizione certa dei tempi di sblocco delle due produzioni interdette e del susseguirsi di richieste fortemente onerose giunte, tramite diffide, dalla provincia di Vicenza anche nel corso della procedura concordataria”. Le diffide, notificate negli scorsi mesi, “comporteranno l’interruzione di tutte le attività produttive, pur essendo in alcuni casi palesemente pretestuose e non riguardando anomalie conclamate o rischi per l’ambiente. Un quadro di assoluta incertezza che ha quindi vanificato gli sforzi del management volti a rilanciare l’attività industriale di Miteni”.

L’azienda continua a respingere l’accusa di essere responsabile dell’inquinamento, che sarebbe cominciato ai tempi della Rimar, che produceva per conto del gruppo Marzotto. E le bonifiche? L’azienda pare intenzionata a farvi fronte. “Il socio – è scritto in una nota ufficiale – ha deciso di stanziare le risorse per finanziare la cessazione del funzionamento degli impianti produttivi in completa sicurezza e per il completamento delle indagini e delle caratterizzazioni propedeutiche alla stesura del piano di bonifica. Verrà quindi finalizzato, con la presentazione del piano nei termini previsti, il lavoro e l’impegno dei tecnici Miteni profuso nelle attività di caratterizzazione svolte in questi anni”. Il problema occupazionale non è da poco, perché i dipendenti sono 122, ma l’indotto conta almeno un’altra settantina di posti di lavoro. Il cda di Miteni cerca acquirenti, anche per evitare “la dismissione di un impianto con la dispersione di un know how che rappresenta un’eccellenza nella chimica mondiale”. Ma chi si farà avanti per rilevare un’area così pesantemente inquinata?

La notizia è arrivata a sorpresa, pochi giorni dopo che il Parlamento europeo ha approvato una direttiva sull’acqua potabile che non ha soddisfatto i comitati di cittadini che da alcuni anni combattono a difesa del territorio e della salute, perché i limiti (non più di 500 nanogrammi di sostanze perfluorolachiliche in un litro d’acqua) sono considerati troppo tolleranti nei confronti di sostanze che causano gravi danni alla salute (tumori, ipertiroidismo, aumento del colesterolo…). “Impediremo la fuga di chi ha inquinato. – ha commentato Giampaolo Zanni, segretario generale della Cgil di Vicenza – La decisione dimostra la mancata volontà di assumersi le responsabilità, con l’effetto di scaricare su lavoratori, cittadini e territorio i problemi derivanti dalle sostanze Pfas”. Sullo stesso concetto hanno insistito i consiglieri regionali del Pd Stefano Fracasso e Cristina Guarda: “E’ una via di fuga in piena regola, un modo per non pagare i costi della bonifica e per non risarcire i danneggiati”.

Nel frattempo, alcuni esponenti del Movimento Cinquestelle si sono recati in Procura generale a Venezia, depositando un’istanza per far togliere l’inchiesta alla Procura di Vicenza, sulla base della convinzione di un’eccessiva lentezza e di scarsa incisività dell’indagine. Sul piede di guerra anche il movimento Mamme No Pfas, che si era recato in rappresentanza a Strasburgo (con l’appoggio degli eurodeputati di Rifondazione Comunista che fanno parte del Gue e del Movimento Cinquestelle) in occasione della discussione sull’acqua potabile. Giancarlo Faggionato, uno dei portavoce, ha dichiarato: “Era una notizia che ci attendevamo. Siamo preoccupati per il futuro dei lavoratori. La chiusura può consentire di procedere con una bonifica generale capace di prevedere una pulizia generale del sottosuolo, impossibile con l’industria in funzione. Ma temiamo che questo non succederà. E anche se le macchine non lavorano e si ferma l’attività, sotto l’area della Miteni è presente uno zoccolo di inquinamento che, quando piove e la falda si alza, porta con sé gli inquinamenti Pfas”. Con il risultato di rendere imbevibile l’acqua in parte di tre province venete, Vicenza, Padova e Verona.

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