Salvo miracoli, lunedì mattina il Paese che ama definire se stesso “o mais grande do mundo” – e che è, di fatto, il più grande Paese dell’America Latina e la sesta economia del pianeta – si sveglierà all’ombra d’un nuovo presidente: Jair Messias Bolsonaro, ovvero di un personaggio la cui discendenza – per metà italiana e per metà tedesca – offre di sé i più tenebrosi riflessi in materia di fede politica.

Bolsonaro è, infatti, un nazi-fascista. E un nazi-fascista che s’appresta a entrare nelle stanze del potere democraticamente eletto, così come, a suo tempo, sullo sfondo del tragico disintegrarsi della Repubblica di Weimar, democraticamente eletto era stato il cancelliere Adolf Hitler. Gli ultimi sondaggi alla viglia del voto davano Bolsonaro in calo, ma ancora trincerato lungo la più che solida linea del 55% contro il 45% del suo rivale, Fernando Haddad, candidato del Pt (Partido dos Trabalhadores) e – per quasi unanime anche se per molti aspetti iniquo giudizio – semplice alter-ego di Inácio Lula da Silva, l’ex presidente e leggendario leader della sinistra brasiliana, oggi in carcere per corruzione.

Lo so (e so che la cosa mi verrà rinfacciata): il richiamo a Hitler e alla sua “democratica” ascesa alla cancelleria tedesca è un argomento logoro e abusato, una scorciatoia polemica che, di norma, non è che una cortina di fumo, un modo indolente e comodo d’affrontare, o d’evitare d’affrontare, le novità del presente e gli errori del passato. Ma, intanto, si prenda nota di questo: Michael Wayne Godwin – il fondatore della Electronic Frontier Foundation e l’uomo che, nel lontano 1994, in un paradigmatico articolo su Wired, dette il nome alla cosiddetta “legge di Godwin” (la teoria che, per l’appunto, analizzava e censurava la tendenza nei dibattiti in rete a bollare come “nazista” ogni parere contrario) – ha ritenuto di dire la sua sul caso brasiliano. E lo ha molto significativamente fatto per smentire se stesso.

È lecito, gli è stato chiesto in un confronto su Twitter, definire “nazista” Jair Bolsonaro? E la sua risposta (in portoghese) è stata un molto perentorio “sim!. Cosa questa, peraltro, non particolarmente sorprendente o originale, se si considera che lo stesso Bolsonaro non si è mai mostrato turbato (anzi) allorquando – cosa che, per forza di cose, in questi anni è avvenuta con una certa frequenza – è stato raffigurato “alla Hitler” con tanto di baffetti a mosca e ciuffo. “Meglio coi baffi di Hitler che col rossetto sulle labbra, come un omosessuale” è sempre stata la sua reazione.

Un fatto in ogni caso è, al di là del proverbiale ragionevole dubbio, assolutamente certo: per quanto la Storia mai si ripeta identica a sé stessa – e per quanti limiti possa avere il richiamo ai precedenti mussolin-hitleriani – nel caso di Jair Messias Bolsonaro, molto difficile è incontrare, ripercorrendo la sua biografia politica, momenti, situazioni, parole che, per qualsivoglia motivo, si possano definire non già democratiche (o, quantomeno, “afasciste”) ma non in purissima, cristallina linea con il culto della violenza e della morte che d’ogni fascismo sempre è stata la prima fonte ispiratrice. Uccidere, torturare, picchiare, espellere con la forza, cancellare dalla faccia della Terra, armarsi, sparare. Tutti i discorsi usciti dalla bocca di Bolsonaro nei 30 anni che l’hanno visto muoversi, come deputato, nell’arena politica brasiliana, ruotano attorno a questi nobili concetti. Ed è la sua, quando di sangue, di massacri e di pestaggi si tratta, una sete davvero insaziabile.

Delle dittature che hanno fatto da padrone in gran parte dell’America latina tra la fine degli anni 60 e i primi anni 80 Bolsonaro è un critico severo, ma solo perché non gli tornano i conti in materia di ammazzamenti e di torture. Ai militari brasiliani che governarono il Paese tra il 1964 e il 1985, il prossimo presidente rimprovera di non avere assassinato almeno 30mila persone, cedendo infine il passo alla democrazia prima d’aver eliminato per sempre, in una sorta di “soluzione finale”, ogni movimento di sinistra. E anche a Pinochet – un personaggio al quale, pure, il dolce Jair non lesina accenti d’ammirazione – rinfaccia l’imperdonabile colpa di non aver “finito il lavoro” tanto brillantemente cominciato nel settembre del 1973, con il bombardamento del Palacio de La Moneda.

L’onorevole Bolsonaro ha in questi anni di vita parlamentare avuto, per tutti, consigli e buone parole. Per il presidente Dilma Rousseff, il cui impeachment votò (nell’aprile del 2016) inneggiando all’“eroico militare” che l’aveva torturata quando, negli anni della dittatura, era finita in carcere come “sovversiva”. Per “os quilombolas” i negri brasiliani, definiti pigri e “inutili anche per procreare”. Per le donne (“Non la stupro solo perché è troppo brutta”, disse una volta a una collega parlamentare che l’aveva criticato) considerate puri oggetti di piacere e di riproduzione della specie.

Per i popoli originari qualificati come “parassiti”. Per i rifugiati africani e haitiani (“la spazzatura della Terra”). Per l’ambiente e per il “polmone verde” dell’Amazzonia, la cui difesa Bolsonaro non considera che un modo per rubare risorse ai brasiliani. Per tutti i “non cristiani” che lui considera non-cittadini (dettaglio curioso, ma non troppo: quello che è considerato il suo più significativo discorso in difesa della “brasilianità” e della razza, Bolsonaro – che, a dispetto d’ogni logica, considera gli ebrei cristiani – l’ha tenuto, nel marzo dello scorso anno, nella sede del Clube Hebraico di Rio). E infine, per i genitori che sospettano d’avere figli gay (“riempiteli di botte fino a quando non tornano normali”. Per la cronaca. Bolsonaro è convinto che l’omosessualità sia un’epidemia dovuta alla diffusione delle droghe e all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro).

Ovvia domanda: come ha potuto questo personaggio – fino a solo un anno fa considerato una presenza folcloristica, poco più (o poco meno) d’un pagliaccio tra i banchi del Parlamento – arrivare alla presidenza votato dalla maggioranza dei brasiliani? Lo spazio stringe e troppo lunga, triste e dolorosa è la risposta. Proverò ad articolarla in un prossimo post.