Quando il vento si è calmato sono riusciti a entrare nelle loro case. Immerse nel silenzio dal 14 agosto, da quando è crollato il Ponte Morandi. A Genova gli sfollati di via Porro, che rientra nell’informale “zona arancione”, fanno il possibile per recuperare il necessario, fare gli scatoloni e portare via oggetti e ricordi (video) . O anche il superfluo, perché, dice Lucilla mentre va a prendere le cose della nonna di 90 anni, a quell’età spesso si vive di quello. La strada, deserta, è avvolta da un silenzio spettrale. L’operazione è iniziata alle 9 dalle case più lontane dai monconi del ponte. Ogni famiglia è stata dotata di 50 scatoloni per riporre gli effetti personali, ma alcuni residenti si sono presentati ai varchi della zona rossa muniti di valigioni con le rotelle. In quelle strade da settimane non ci sono più auto parcheggiate, i palazzi disabitati da ben oltre due mesi, alcune finestre rimaste aperte. C’è chi è riuscito a entrare in casa, ma è consapevole che due ore di tempo per recuperare i ricordi di una vita sono nulla e chi, una volta entrato, se n’è dovuto andare. Perché quella casa, già martoriata dal crollo, è allegata. Quindi niente cose da portare via, quei 50 scatoloni da riempire con ricordi di normalità restano vuoti. E c’è anche chi entra, scoppia in lacrime, e deve andarsene. Non ce la fa a guardare come è diventata casa sua.

In via Porro e in via Fillak l’unica traccia che queste case fossero abitate sono le piante che resistono sui balconi. I primi cittadini a entrare sono stati alcuni inquilini dei civici 11 e 16 e 5 e 6, quelli più lontani dalla pila 10 del viadotto. Il capo protetto da un caschetto, e tre vigili del fuoco a fianco, hanno iniziato a riempire gli scatoloni forniti dal Comune, già montati per evitare di perdere tempo nelle due ore concesse, e a collocarli sulle piattaforme mobili da trasloco. In tutta la giornata, secondo i piani, entreranno 24 famiglie. Lucilla, che va a recuperare “le cose della nonna”, aspetta accanto alle tende dei volontari, in via Fillak, il suo turno. “Sono qui per la nonna – racconta – ma lì non ci rientro, va mia nipote: un anno fa è mancato mio padre e non voglio più metterci piede”. La nonna, come la chiama, è Liliana Paoli, detta Lilli, terza moglie del padre, alle spalle una vita da musicista e compositrice. “Non è famosa, sia chiaro”, racconta Lucilla, in mano una lunga lista di cose da prendere, tra cui “due pianoforti in miniatura da ‘scollare piano’ da una mensola, come mi ha detto la nonna…”. Sono i ricordi di una vita, trascorsa per la maggior parte degli anni proprio sotto ponte Morandi.

di Ferruccio Sansa
Questo per gli sfollati è un “momento emotivamente difficile”, spiega Cristina Olmi, del servizio psicosociale della Croce Rossa, sul campo per offrire assistenza. “Non avere più la propria casa significa perdere i punti di riferimento di una vita – spiega -. In questo senso le catastrofi costringono a fare nuove scelte, a mettere in discussione tante cose. Cosa chiedono gli sfollati? Loro non chiedono – risponde – ma condividono l’emozione di un momento difficile”. Come una donna che, presa dallo sconforto, è scoppiata a piangere ed è dovuta uscire da quella che era la sua casa, stata assistita dai vigili del fuoco. Poi c’è Giusy Moretti, portavoce del comitato sfollati di ponte Morandi, che sarà tra le ultime a rientrare nella propria casa. “Ho una lista di cose da prendere. So già che non la rispetterò e so già che, una volta fuori, avrò dimenticato qualcosa. Il mio turno è sabato pomeriggio – spiega – sono qui per rivedere gli amici di una vita, le persone della mia scala con cui abbiamo condiviso 50 anni”.

C’è chi spiega che due ore non sono tante per ritrovare le proprie cose tra quelle mura abbandonate di corsa. “È il meglio che abbiamo potuto ottenere – dice uno degli abitanti di via Porro – e comunque potremmo rientrare altre volte. Mia figlia vuole la sedia a dondolo, spero riusciremo a prenderla. E poi vorrei l’orologio di mio padre, quello che gli hanno regalato quando è andato in pensione dalle Ferrovie. Spero di trovarlo, perché ho un vuoto di memoria e non ricordo dove l’ho messo…”. Alle sue spalle i monconi del viadotto, monumento di una tragedia che mai avrebbe immaginato. “Paura del ponte? Non l’ho mai avuta, neppure il giorno che è caduto”. Un suo vicino di casa non ha potuto raccogliere le sue cose perché ha trovato la casa completamente allagata dall’acqua piovana fuoriuscita dalle cisterne di raccolta che si trovano sul tetto del palazzo. E forse, il suo, non è l’unico dove entrare non sarà possibile.

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Peter Gomez

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