di Federica Pistono*

Un filone importante della narrativa araba contemporanea è rappresentato dalla letteratura di prigionia, che, narrando le vicende dei prigionieri politici, rivela un mondo inimmaginabile di violenze e torture inflitte allo scopo di fiaccare la volontà dei dissidenti, di spezzarne la dignità e il senso di umanità. Molto raramente ci troviamo di fronte a opere che tracciano un percorso di formazione, in cui il detenuto riesce a elaborare l’esperienza della prigionia come una fase della propria maturazione personale. Intento centrale di tali opere è quello di focalizzare l’attenzione sulla brutalità dei sistemi autocratici, contrapposti alla società civile che lotta per l’affermazione dei fondamentali diritti umani, come la libertà di pensiero, di parola e di stampa, il diritto al lavoro, la libertà di movimento.

Nel romanzo All’est del Mediterraneo di ˤAbd ar-Rahman Munif (Jouvence, 1993, trad. M. Ruocco) troviamo, già negli anni Settanta, la denuncia del regime dittatoriale di un non identificato paese arabo, situato sulla sponda orientale del Mediterraneo, che calpesta i più elementari diritti umani. I due protagonisti, fratello e sorella, vivono chiusi ciascuno nella propria prigionia, vero carcere per lui, mura domestiche intrise di paura e angoscia per lei. Il protagonista, Ragiab, condannato per reati di opinione, in prigione conosce la tortura fisica e psicologica. Ancora giovane, è, come osserva Goffredo Fofi nella prefazione all’opera, già “un uomo finito, minato dalla debolezza del proprio corpo, dalla tortura, dalla prigione, dalla malattia, dall’incertezza morale e politica delle proprie idee, della propria idea dell’uomo e di sé (…) e dal rimorso per il tradimento”.

Fragile, fiaccato dalle torture, cede ai suoi aguzzini e tradisce i compagni, quindi riesce a riparare all’estero per curarsi. In un secondo momento, però, Ragiab si riscatta: per salvare la famiglia dalle rappresaglie del regime torna in patria, nella consapevolezza di dover affrontare la tortura e la morte. Scritta con sofferta umanità, l’opera è considerata un classico della narrativa araba contemporanea.

Lo scrittore egiziano che ha più spesso trattato il tema della prigionia, cominciando con il romanzo Quell’odore (De Martinis &C., 1994, trad. T. Di Perna), è Sonallah Ibrahim. Quest’opera autobiografica narra la vicenda di uno scrittore che, dopo un lungo periodo di prigionia politica, esce dal carcere ma è sottoposto al regime della libertà vigilata. Durante il giorno può girare per la città, incontrare amici e parenti, mentre, di sera, è costretto a chiudersi in casa. Fuori dalla prigione, non ritrova più il mondo lasciato anni prima. Pervaso da sensazioni di spaesamento e di alienazione, gli tornano continuamente alla memoria i ricordi del lungo periodo di prigionia. Passato e presente a volte si confondono, anche se il protagonista resta lucidissimo, rammentando nitidamente l’inferno della realtà carceraria, intessuta anche di violenza sessuale, pervasa dall’inconfondibile odore dell’essere umano in cattività.

Un famoso testo marocchino di letteratura di prigionia è Tazmamart, cella 10 di Ahmed Marzouki (CSA Ed. 2016, trad. C. Sportelli). Si tratta di un’autobiografia romanzata, in cui l’autore narra la vicenda di cinquantotto ufficiali, implicati nel fallito colpo di Stato contro re Ḥassan II, negli anni 70, imprigionati nel bagno penale di Tazmamart, nel sud del Marocco. Quando, dopo 18 anni, si aprono le porte del carcere, soltanto ventotto ufficiali sono riusciti a sopravvivere alle condizioni di vita disumane del bagno penale. Il carcere descritto è un luogo in cui non si entra per scontare una pena detentiva ma per morire di stenti. Le celle sono buchi scavati nel terreno desertico, torride d’estate e gelide d’inverno. Dal tetto di lamiera si infiltrano i raggi del sole cocente o la pioggia, a seconda delle stagioni. La cella pullula di scorpioni e solo alcuni fori nei muri consentono il passaggio di un filo d’aria e di luce perché i prigionieri non muoiano soffocati. I detenuti sono impegnati in una lotta sempiterna contro gli insetti e contro i secondini, fra i quali emergono diverse figure di sadici e di violenti.

La conchiglia di Mustafa Khalifa (Castelvecchi, 2014, trad. F.Pistono) è un romanzo autobiografico che racconta la lunga odissea del protagonista nelle carceri siriane, la storia di una resistenza a una violenza che annichilisce i corpi e le menti. Stretto tra la bestialità dei carcerieri e l’ostilità dei compagni di cella islamisti che, sapendolo ateo, tentano di ucciderlo, il protagonista costruisce intorno a sé un guscio, una “conchiglia”, per osservare l’atrocità che lo circonda. Ma quando finalmente esce di prigione, la sua anima è annichilita: non riesce a ricambiare l’affetto dei familiari né a gioire per la ritrovata libertà. Non è capace neppure di soffrire quando il suo amico Nassim, ferito dalla sua indifferenza, si toglie la vita lanciandosi dall’alto di un palazzo. Non può fare altro che costruirsi una nuova conchiglia in cui rifugiarsi per spiare la propria anima lacerata.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba