Negli ultimi anni si è rifugiato a Brindisi, la sua città, cercando un po’ di tranquillità dopo la sospensione dal servizio seguita all’indagine. E nel centro della città, giovedì pomeriggio, era in giro con amici per un caffè mentre le sue parole messe nero su bianco davanti al pm Giovanni Musarò certificavano pubblicamente quello che la famiglia di Stefano Cucchi aveva sempre immaginato: il geometra venne picchiato dopo l’arresto avvenuto il 15 ottobre 2009. “Sono rinato. Ora non mi interessa nulla se sarò condannato o destituito”, ha detto Francesco Tedesco, il carabiniere imputato per la morte di Cucchi che ha deciso di rompere un muro di silenzio lungo 9 anni. “Ho fatto il mio dovere, quello che volevo fare fin dall’inizio e che mi è stato impedito”, ha aggiunto Tedesco all’avvocato Eugenio Pini.

Le foto in costume e le denunce – Lui che, per certi versi, più di Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, i colleghi che ora accusa del pestaggio di Cucchi, finora aveva pagato sotto il profilo dell’esposizione mediatica. Perché, era il gennaio di due anni fa, la foto di Tedesco finì sul profilo di Ilaria Cucchi. Il fisico scolpito, il costume verde, sorriso stampato in faccia, il carabiniere pugliese era stato sommerso di insulti sui social e non solo. Per le vie di Brindisi erano comparse una decina di scritte “Via gli infami dalla città, Cucchi vive” e su Facebook era stato un profluvio di aggressioni verbali e minacce di morte. Tanto che Tedesco decise di denunciare gli autori per diffamazione. A processo sono finiti in 31, “ma circa la metà – spiega a ilfattoquotidiano.it il suo legale in questa vicenda, Massimo Ciullo – hanno chiesto scusa, risarcito il danno e nei loro confronti è stata ritirata la querela”.

“Questione di coscienza” – Giovedì, dice di essere rinato. Perché è venuta alla luce ciò che gli era “stato impedito” di raccontare. Lo ha fatto, ha messo a verbale in uno dei tre interrogatori sostenuti finora davanti a Musarò, dopo “la lettura del capo d’imputazione per omicidio preterintenzionale” che lo aveva “colpito molto”. Perché “il fatto descritto corrisponde a ciò che ho visto io. Solo a quel punto ho compreso appieno la gravità dei fatti” e “ho deciso di dire quello che ho visto, per una questione di coscienza“. Fino a quel momento, dice ai magistrati nello stralcio riportato dal Corriere della Sera, “credevo che la vicenda fosse stata gonfiata mediaticamente, poi ho riflettuto e non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso“.

Il suggerimento per eludere le microspie – Tedesco, è bene ricordarlo, è uno dei carabinieri che quando scoprirono dell’inchiesta-bis suggerì una delle modalità per eludere le intercettazioni. Nell’informativa della Squadra mobile confluita nel fascicolo del gip che nel 2015 dispose l’incidente probatorio, si legge che il militare disse ai colleghi coimputati e ora accusati: “Possiamo parlare su Telegram, scaricatelo. Quando parlate… poi cancellate alla fine“. Comportamenti passati dei quali, quando entro gennaio Tedesco deporrà in aula, sono pronti a chiedere conto i legali che difendono Di Bernardo e D’Alessandro. Poche ore dopo la svolta, l’avvocatessa del primo, Antonella De Benedictis, ha già anticipato: “Siamo in presenza di dichiarazioni che hanno scarso valore probatorio perché arrivano da un soggetto coimputato per il medesimo reato e quindi senza terzietà né imparzialità – ha spiegato – Inoltre Tedesco parla ora in totale contraddizione con quanto detto in questi nove anni”.

Ilaria Cucchi: “Comprendo, non giustifico” – Per questi nove anni di contraddizioni e silenzi, Ilaria Cucchi dice di “comprenderlo” ma non lo giustifica. La sorella del geometra romano, morto il 22 ottobre 20o9 dopo sei giorni di ricovero all’ospedale Pertini, afferma: “Se mi si chiede per quale motivo questa persona parla dopo nove anni, chiaramente io non posso giustificarlo ma posso comprenderlo perché vedo quello che sta subendo il suo collega Riccardo Casamassima, un altro carabiniere che ha denunciato ciò di cui era a conoscenza, che ha contribuito al fatto che si riaprissero le indagini, quelle vere, quelle serie, sulla morte di mio fratello e che adesso viene penalizzato dai suoi superiori in tutte le maniere”.

Chiesto lo stop alla destituzione – Anche Tedesco, adesso, dopo la denuncia-querela e i primi interrogatori, chiede che venga riconosciuta la sua collaborazione che ha permesso di squarciare il velo di silenzi e omertà. E quindi che venga fermato il procedimento disciplinare che lo riguarda: “Il mio assistito – ha spiegato l’avvocato Pini – sta subendo un procedimento disciplinare che potrebbe portare anche alla sua destituzione dall’Arma. È sospeso dal servizio e ha chiesto la sospensione del procedimento sostenendo che sia più corretto aspettare il vaglio processuale penale. Mi auguro che i vertici accolgano la richiesta”. Il procedimento, spiega l’Arma, è dovuto al fatto che nel corso del procedimento penale, il gup del Tribunale di Roma ha dichiarato prescritto il reato di “abuso di autorità contro arrestati” contestato a Tedesco, D’Alessandro e Di Bernardo, pronunciando sentenza di proscioglimento. Ma con riferimento a questo reato, definito da un punto di vista penale, è stata avviata l’inchiesta disciplinare da parte del Comando generale partita il 13 aprile. Il termine per concluderla scade l’8 gennaio 2019.