Prima verità processuale sul crac da 500 milioni di euro causato dalla vecchia gestione della Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie. Era il giugno del 2015 quando le forze dell’ordine arrestarono 10 persone, che per gli inquirenti erano i responsabili di quello che venne definito un “assalto al malaffare. Il gup del Tribunale di Trani ha emesso tre sentenze di condanna e un’assoluzione al termine del processo-stralcio con rito abbreviato chiesto da 4 dei 17 imputati. Il giudice ha condannato a due anni di reclusione l’allora rappresentante sindacale aziendale dell’ente Michele Perrone; a un anno di reclusione l’ex consulente fiscale della casa di cura, Antonio Damascelli, e Luciano Di Vincenzo, amministratore di Ambrosia Technologies, società che forniva i pasti ai degenti della struttura. Il gup, inoltre, ha concesso ai tre la sospensione della pena e li ha condannati al risarcimento dei danni da liquidarsi in sede civile, in favore della Congregazione Ancelle Divina Provvidenza, parte civile nel processo. Il gup Angela Schiralli ha invece assolto Agatino Lino Mancusi, ex vicepresidente del Consiglio regionale della Basilicata “perché il fatto non sussiste”. Sulla bancarotta dell’ente ecclesiastico indagarono i pubblici ministeri tranesi Francesco Giannella (ora procuratore aggiunto a Bari) e Silvia Curione.

Per altri 14 imputati che non hanno scelto il giudizio abbreviato è in corso il dibattimento: devono rispondere, a vario titolo, di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta aggravata e continuata. Tra questi, il nome più noto è quello di Antonio Azzollini, ex senatore di Forza Italia nonché ex presidente della Commissione bilancio di Palazzo Madama. L’ex parlamentare è accusato anche di induzione indebita a dare o promettere utilità nei confronti della madre superiora: all’epoca per lui venne chiesto l’arresto, ma la richiesta fu rigettata da Palazzo Madama e annullata dal Tribunale del Riesame di Bari. Alla sbarra ci sono anche gli ex direttori generali dell’ente (che ha sedi anche a Foggia e Potenza), una suora delle Ancelle della Divina Provvidenza (nel corso del processo è morta la madre superiora, suor Marcella Cesa), alcuni collaboratori e dipendenti della struttura. A leggere l’impianto accusatorio, l’ex ospedale Don Uva era utilizzato dagli imputato come un “salvadanaio privato”, un “pozzo senza fondo”, nonché il centro di trame affaristico-politiche. L’indagine partì subito dopo la richiesta di fallimento dell’ospedale, arrivata anche grazie al nuovo corso di Papa Francesco sulla trasparenza dei conti vaticani e alla collaborazione dello Ior. Il prossimo appuntamento in aula è previsto per il 18 ottobre.