Introdurre la quota 100 e fermare l’indicizzazione dell’età di uscita alla speranza di vita farà crescere il debito pensionistico “nell’ordine di 100 miliardi” a danno dei giovani e “già nel 2021” farà salire la spesa pensionistica di un ulteriore punto di pil. Inoltre avvantaggerà “soprattutto gli uomini con redditi medio alti e i lavoratori del settore pubblico”, mentre saranno “penalizzate le donne, tradite da requisiti contributivi elevati e dall’aver dovuto subire sin qui, con l’opzione donna, riduzioni molto consistenti dei trattamenti pensionistici”. Non è la prima volta che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, critica la “controriforma” pensionistica che il governo gialloverde sta mettendo in cantiere e che, si è appreso in queste ore, partirà probabilmente dopo il primo trimestre 2019. Ma, durante un’audizione alla commissione Lavoro della Camera, l’economista ha espresso un giudizio più articolato e lapidario. Che ha fatto scattare nel vicepremier Matteo Salvini il riflesso condizionato di dipingerlo come un avversario politico: “Da italiano invito il dottor Boeri, che anche oggi difende la sua amata legge Fornero, a dimettersi dalla presidenza dell’Inps e a presentarsi alle prossime elezioni chiedendo il voto per mandare la gente in pensione a 80 anni”.

“Più alcuni professoroni mi chiedono di non toccare la legge Fornero, più mi convinco che il diritto alla pensione per centinaia di migliaia di italiani (che significa diritto al lavoro per centinaia di migliaia di giovani) sia uno dei meriti più grandi di questo governo”, ha sostenuto Salvini. Nel pomeriggio hanno commentato anche i  deputati M5S delle commissioni Lavoro e Bilancio, che in una nota scrivono: “Boeri ha difeso strenuamente i privilegi dei sindacalisti, attaccando la nostra pdl sul taglio alle pensioni d’oro che prevede un ricalcolo contributivo anche per loro. Non contento, si è spinto a difendere per l’ennesima volta la legge Fornero sulle pensioni, mettendo di fatto in discussione il voto popolare. Boeri deve rassegnarsi: l’indirizzo politico del governo lo decidono i cittadini, non un organismo tecnico come quello che presiede. Quota 100 verrà introdotta”. Poi hanno contestato anche il “fumoso concetto di debito implicito”: “E’ un’analisi che non ci ha mai convinto, perché parte dal presupposto che il rapporto spesa pensionistica/Pil possa solo salire. La verità è che stimolando il Pil, come faremo a differenza dei governi precedenti, la spesa pensionistica italiana sarà in futuro pienamente sostenibile. Oggi, infatti, abbiamo oltre 6 milioni di persone disoccupate o inattive che vanno riportate al lavoro. Aumentando il tasso di occupazione aumenteranno anche i contributi versati alle casse dell’Inps, garantendo pensioni future più elevate e margini di spesa già oggi per mandare in pensione qualche anno prima chi ha già lavorato per 38 anni”.

Le obiezioni di Boeri riguardano però non solo le conseguenze che la “quota 100” con un minimo di 62 anni di età e 38 di contributi avrà sui conti pubblici – “Il rischio è quello di minare alle basi la solidità del nostro sistema pensionistico” – ma anche gli effetti sull’equità del sistema. “Se mettiamo insieme l’operazione di intervento sulle pensioni in essere e quella sulle quote più il mancato adeguamento alla speranza di vita dei requisiti contributivi”, operazione che il governo sta studiando in questi giorni, “vediamo che il profilo distributivo di quest’operazione è a vantaggio degli uomini con redditi medio alti e dei lavoratori del settore pubblico, e penalizza fortemente le donne”. Che “si vedono da una parte tradite perché sono veramente poche quelle che potranno accedere a queste forme di pensionamento, poi sono beffate, perché con ‘opzione donna’ sono state convinte ad accettare una riduzione della loro pensione e ora vedono gli uomini andare in pensione con le pensioni piene. Quindi questi aspetti credo che vadano presi in attenta considerazione, il Parlamento è informato”.

“Pesanti i sacrifici imposti anche ai giovani su cui pesa in prospettiva anche il forte aumento del debito pensionistico”, continua Boeri ribadendo un concetto già espresso qualche settimana fa. Non possiamo esimerci dal lanciare un campanello d’allarme riguardo alla scelta di incoraggiare più di 400mila pensionamenti aggiuntivi proprio mentre si avviano al pensionamento le generazioni dei baby boomers e il numero di contribuenti tende ad assottigliarsi”. “E’ un’operazione che fa aumentare la spesa pensionistica, mentre riduce in modo consistente i contributi previdenziali anche nel caso in cui ci fosse davvero, come auspicato dal governo, una sostituzione uno a uno tra chi esce e chi entra nel mercato del lavoro“, aggiunge il presidente Inps.

“Se lo spirito che anima le proposte qui presentate – conclude – è quello di correggere per quanto possibile le iniquità più stridenti ereditate da chi in passato ha costruito il consenso concedendo privilegi a categorie di elettori, questo stesso principio deve essere applicato anche in avanti, pensando alle generazioni future. Oggi si è parlato di privilegi. Non vorremmo che un domani qualcuno dovesse considerare il fatto stesso di percepire una pensione come un privilegio”. Sempre a proposito di privilegi: il risparmio che potrebbe arrivare dal disegno di legge sulle pensioni d’oro sarebbe inferiore a 150 milioni e riguarderebbe una platea di circa 30mila persone. La riduzione massima sarebbe del 23% mentre quella media sarebbe dell’8 per cento.

I sondaggi dicono che la possibilità di andare in pensione prima, che riguarderà circa 400mila persone, è il tema più atteso della manovra. Secondo i partiti di maggioranza – Boeri non concorda – si tradurrà in altrettanti posti di lavoro per i giovani. Ma la riforma del sistema pensionistico è una delle più contestate, anche dal Quirinale, da Commissione, Bce e Bankitalia. E, scrivono alcuni quotidiani tra cui Repubblica e Sole 24 Ore, i 7 miliardi stanziati non sarebbero sufficienti: mancano 600 milioni. Per questo si starebbe facendo strada di far slittare il superamento della Fornero all’inizio del 2019, tra febbraio e marzo. Un compromesso per evitare di rivedere l’età anagrafica e gli anni di contribuzione, auspicio del Colle ma punto fermo per Salvini e Lega.