50 sì contro 48 no. Con una maggioranza risicata il Senato Usa ha confermato Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Il voto è arrivato dopo una durissima battaglia legale e politica. La nomina di Kavanaugh è stata messa in pericolo dalle accuse di Christine Blasey Ford, la donna che riconosce nel giudice colui che avrebbe cercato di stuprarla trentacinque anni fa. Un’indagine dell’Fbi non ha però portato a nuove prove o a una conferma incontrovertibile delle accuse. “Una grande nomina”, ha twittato Donald Trump, che ha scelto e appoggiato Kavanaugh. Al momento del voto, dagli spalti per il pubblico del Senato si è però levato un coro di “vergogna, vergona”.

Il risultato del Senato è rimasto in bilico per giorni. Jeff Flake e Susan Collins, i due repubblicani che avevano espresso riserve su Kavanaugh, hanno alla fine annunciato il loro via libera alla nomina. A favore di Kavanaugh si è anche espresso Joe Manchin, un democratico centrista che alle elezioni di midterm affronta una difficile rielezione in West Virginia. Contro il giudice si è invece dichiarata una repubblicana, Lisa Murkowki dell’Alaska, che però non ha preso parte al voto finale per bilanciare l’assenza in aula di un collega, Steve Daines del Montana, che si trovava lontano da Washington per il matrimonio della figlia.

“Kavanaugh è una superstar”, ha detto in aula il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, che per settimane ha orchestrato il difficile processo di conferma. I repubblicani, con pochissime eccezioni, hanno tirato dritto sulla nomina, cercando di minimizzare le accuse di violenza sessuale (oltre a Christine Blasey Ford, altre due donne sono uscite allo scoperto) e passando sopra le tante incongruenze emerse durante la testimonianza di Kavanaugh che ha anche esibito un carattere aggressivo, a tratti incapace di controllo. Per McConnel e per i repubblicani, oltre che per Donald Trump, la posta in gioco era d’altra parte molto alta. Da almeno trent’anni i repubblicani americani lavorano per riconquistare la Corte Suprema e ora ce l’hanno fatta. Kavanaugh sarà il quinto voto conservatore (su nove complessivi) in una Corte Suprema che, nei prossimi anni, ridefinirà nel profondo la società americana.

Per i democratici si tratta di una sconfitta cocentissima, esemplificata dalle parole del loro capogruppo al Senato, Chuck Schumer. “Si tratta di uno dei momenti più tristi nella storia del Senato” ha dichiarato Schumer, che ha aggiunto che Kavanaugh non merita la nomina, essendo contro “le tutele ambientali, i diritti delle donne, i diritti civili, i diritti delle persone Lgbt, i diritti dei nativi americani, le protezioni sanitarie e i diritti dei lavoratori”. Lo sconforto dei progressisti e di molti manifestanti, soprattutto dalla parte femminile, fuori del Senato è apparso palpabile. Alcune tra le donne che si sono opposte alla nomina di Kavanaugh hanno assistito al voto dai palchi del Senato. Hanno interrotto per quattro volte le operazioni, scandendo la parola “vergogna” e urlando “Io sono un patriota” quando i repubblicani hanno magnificato le doti di “buon americano” di Kavanaugh. Il timore è che Kavanaugh possa lavorare alla cancellazione della Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che legalizzò l’aborto negli Stati Uniti. Il giudice, durante le audizioni del Senato, ha dato assicurazioni – in particolare alla senatrice Collins – sul fatto che non intende intaccare la Roe v. Wade. Non tutti gli credono. Le sue credenziali conservatrici – sarà il secondo giudice più conservatore della Corte, dopo Clarence Thomas – suscitano infatti serie preoccupazioni in molti gruppi schierati a difesa dei diritti delle donne.

La battaglia politica, che ha mostrato un’America sempre più spaccata, si sposta a questo punto sulle elezioni di midterm. I democratici sperano che la nomina di Kavanaugh aumenti l’affluenza al voto di quei gruppi, donne e giovani soprattutto, che potrebbero fare la differenza e consegnare ai democratici il controllo del Senato. Ma anche per i repubblicani si tratta di un’opportunità importante. Come ha spiegato Mitch McConnell, “con la loro opposizione, i democratici sono riusciti a fare qualcosa che non ci era riuscita: infiammare i nostri elettori”. Il G.O.P. spera dunque che l’elettorato più conservatore, sinora piuttosto freddo, veda nell’entrata di Kavanaugh alla Corte Suprema un segnale forte per andare a votare il 6 novembre e continuare in quella profonda virata a destra che la presidenza Trump ha rappresentato.

Ma è proprio Trump il vero vincitore nella battaglia su Kavanaugh. Al presidente riesce qualcosa che non era riuscito a nessun presidente repubblicano del passato recente, nemmeno a Ronald Reagan. E cioè nominare due giudici decisamente conservatori come Kavanaugh e, prima di lui, Neil Gorsuch, influenzando quindi la Corte per almeno una generazione. Ma è la situazione politica più generale a mostrarsi particolarmente favorevole alla Casa Bianca. Nel giro di qualche giorno, Trump è riuscito a strappare un nuovo accordo commerciale con Messico e Canada. Al tempo stesso, gli Stati Uniti hanno registrato il tasso di disoccupazione più basso dal 1969, al 3,7 per cento. Mentre l’economia mostra segni di ottima salute, questa amministrazione sembra anche capace di inaugurare un nuovo corso politico con Cina e Iran. Sono gli elementi su cui i repubblicani insisteranno nelle prossime settimane di campagna elettorale. I democratici cercheranno di mostrare l’altro lato della medaglia. Una politica internazionale che accentua le contrapposizioni e i rischi di conflitto. Una crescita economica temporanea, con i tagli alle tasse che aumentano diseguaglianze e fanno esplodere il budget. Tensioni sociali e razziali che questo presidente ha innescato con le sue dichiarazioni spesso divisive.

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