Se fossi in voi non crederei troppo ai risultati del monitoraggio fatto nel 2016 sui Lea dal Ministero della Salute e che ha riguardato sedici Regioni che in ragione di certi indicatori sono risultate tutte adempienti ad eccezione di Calabria e Campania. Anzi sostengo che tutte le Regioni ritenute dal monitoraggio adempienti sono in qualche modo relativamente inadempienti cioè che ogni Regione – anche la più virtuosa – è più simile alla Calabria e alla Campania di quello che si pensa.

Dopo anni di definanziamento del sistema, di blocco del turn over, di tagli ai servizi ci vuole un bel coraggio a raccontarci la storiella dei Lea. Questo non vuol dire che non esistono differenze, diseguaglianze e persino discriminazioni ma che, con l’aria che tira, tutto il mondo è paese: è vero che Calabria e Campania da sempre sono il fanalino di coda del sistema ma anche le altre regioni (quelle ritenute virtuose) che hanno gradi inferiori di inadeguatezza non possono definirsi veramente adeguate.

In un sistema nazionale che per tante ragioni soprattutto finanziarie e culturali è regrediente e inadeguato a fronte di una domanda di salute molto complessa, essere adempienti vale solo come un grado più o meno tollerabile di inadempienza. Rispetto ai Lea esistono valori più veridici dei canonici adempiente/inadempiente tra i quali quello del “problematico”. In Calabria e in Campania, ma anche in Lombardia a giudicare dal fallimento delle sue riforme, questo grado di problematicità è più alto. In Veneto e in Emilia Romagna questo grado è più basso.

I Lea (Livelli essenziali di assistenza) indicano, in Italia, l’insieme di tutte le prestazioni, servizi e attività che i cittadini hanno diritto a ottenere dal Servizio sanitario nazionale, allo scopo di garantirle a tutti, in condizioni di uniformità e su tutto il territorio nazionale. E già questo è il primo grande problema: i Lea definiscono le prestazioni esattamente come quando eravamo nel sistema mutualistico ma in nessun caso essi definiscono i modi attraverso i quali le prestazioni sono effettivamente erogate, ovvero se rispondono adeguatamente ad un bisogno.

Due soli esempi: l’assistenza ospedaliera e l’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg).

Tutte le regioni forniscono assistenza ospedaliera ma a seguito di un taglio massiccio sul numero assoluto di posti letto per mille abitanti (oggi siamo a 3,5 posti letto per mille abitanti, prima eravamo il doppio), i pronto soccorso sono intasati e i malati passano giorni in barella in attesa di essere ricoverati.

Tutte le regioni garantiscono sulla carta l’Ivg, prestazione prevista nei Lea, ma una quantità impressionante di ginecologi, per ragioni che spesso non attengono alla loro coscienza ma a problemi di organizzazione, si dichiarano obiettori di coscienza.

Bastano questi due esempi a dimostrare che quello che è garantito sulla carta spesso non lo è nella realtà o hanno un grado di problematicità molto alto sia al nord che al sud. Ai dubbi sul concetto anacronistico di prestazione (siamo in una società che si rifiuta di ridurre la cura a prestazioni) se ne aggiungono altri di carattere metodologico sul monitoraggio: ridurre un’enorme complessità di elementi a pochi indicatori non è credibile dal punto di vista della conoscenza scientifica.

Che la Calabria e la Campania siano in brache di tela non è una novità: lo sono e non per colpa dell’inadempienza dei Lea bensì da quando è stato istituito il Servizio sanitario nazionale nel 1978 perché per tante ragioni culturali, amministrative, morali, organizzative lo erano già prima di esso. Per cui la domanda da porre è: come mai la nazionalizzazione della sanità del 1978 non è riuscita a recuperare le storiche diseguaglianze nel paese tra nord e sud? Come mai il sud è più diseguale e discriminato di prima?

Non possiamo ignorare, ad esempio, che il sud oggi in ragione di indicatori discutibili (ancora loro) è meno finanziato del nord, che migliaia e migliaia di malati del sud per curarsi vanno al nord, che migliaia di operatori medici e non medici lasciano le loro regioni di origine e si trasferiscono per lavorare al nord. Il nord in sanità è pieno di primari che vengono dal sud mentre il sud è sempre più professionalmente depauperato. Ovviamente più la sanità del sud è depauperata e più i cittadini del sud per curarsi vanno altrove.

Il monitoraggio del Ministero tutte queste cose non le dice perché è stato costruito semplicemente per non dirle.

Sulla Calabria non potrò mai dimenticare un aneddoto personale di molti anni fa quando in una trasmissione televisiva mi trovai a discutere con l’assessore della sanità della Calabria del tempo. Il conduttore (il compianto professor Trecca) chiese all’assessore se lui in caso di malattia si sarebbe fatto curare in Calabria. L’assessore rispose di no perché la Calabria era secondo lui inaffidabile. Più recentemente il caso del primario oncologo dell’ospedale Pascale di Napoli, Antonio Marfella, che per farsi operare di un cancro alla prostata si è rivolto ad una struttura privata milanese.

Un altro aneddoto personale illuminante riguarda un cardiologo di Cosenza che lavorava a Bologna dove si recavano per essere curati molti suoi concittadini. Il cardiologo decise di tornare nella sua città e con sua grande sorpresa scoprì che i suoi malati concittadini continuavano ad andare a Bologna.

Sulla Calabria infine vorrei citare un mio collega, Ettore Jorio dell’Università della Calabria, che di recente ha scritto un interessante articolo in cui denuncia l’incapacità della regione a scrivere le leggi che le competono, l’incapacità a svolgere una funzione di governo quindi di programmazione e “la colpevole assenza di una politica legislativa regionale”. Quasi a ricordarci che – con tutto il bene che vogliamo alla Calabria – il problema non sono i Lea ma il manico.

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