Quando il Nobel per la Pace viene assegnato ad una donna come Nadia Murad Basee Taha, giovane irachena della minoranza yazida, immagino che tramite lei si vorranno ricordare tutte le donne vittime di stupro in ogni guerra possibile. Lo stupro come arma di guerra è una violenza che resta all’interno dello scontro testosteronico di mille patriarchi. La donna viene stuprata in quanto proprietà di uomini dello Stato che si vuole sconfiggere. C’è di più: la donna viene stuprata anche per ragioni di pulizia etnica. Lo abbiamo visto con gli stupratori serbi, lo abbiamo visto con gli stupratori e pedofili italiani in azione nelle colonie fasciste africane.

Lo abbiamo visto nelle vittime della tratta degli schiavi, sempre a disposizione dei padroni e ancora nelle donne indiane (d’America) che dopo essere stuprate venivano tagliate a pezzi dai civilissimi colonizzatori inglesi. Lo abbiamo visto nelle aborigene durante l’occupazione, ahimè, ancora degli inglesi e nelle colonie francesi e in qualunque altro territorio la cui sovranità è stata negata. Lo abbiamo visto con le ebree, le lesbiche, le disobbedienti impiegate come mezzo per divertire i soldati nazisti dentro e fuori i campi di concentramento. Ricordo anche le donne cecene stuprate e massacrate dai soldati russi. La storia ci ricorda il ratto delle sabine e le scene di primavere in cui finti Dei consumavano i corpi delle donne. Possiamo ricordare anche le ragazze rapite in Nigeria da Boko Haram. Nulla di nuovo, purtroppo.

Di recente ho studiato un po’ la storia delle occupazioni giapponesi tra fine Ottocento e metà Novecento e ho trovato una definizione per le donne sottratte alle famiglie e usate come Donne di Conforto per tutti i soldati. Quello che viene fuori è un quadro d’insieme mortificante per chiunque vuole definirsi umano. La storia si ripete. Il copione è assolutamente lo stesso. Si priva una nazione della propria capacità di autodeterminazione e lo stesso si fa con tutte le donne, incluse le bambine che facevano e fanno gola a molti. A proteggere le ragazze, in quei territori lontani, c’è ben poco. Per lo più si difendono da sole mentre i vincitori fanno la storia e marcano il territorio, come cani rabbiosi.

In passato si attribuì la colpa della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili alle donne stuprate e derubate di tutto come fossero bottino di guerra. In realtà poi (molto poi) si seppe che i portatori di malattie erano i soldati, sporchi e puzzolenti oltreché malati. Quegli avventurieri da strapazzo, felici di recuperare corpi da schiavizzare, furono i veri responsabili della trasmissione di malattie che le zone colonizzate non conoscevano affatto. Non è di certo un caso se ancora oggi si parla di uso di sostanze chimiche e virus creati in laboratorio per sterminare intere popolazioni.

Torno al punto: di tutte queste donne l’Occidente – inclusi i caschetti blu – si interessa quando è tardi o quando l’accordo con le fazioni in guerra viene stracciato per qualunque motivo. Fino a quel momento l’Occidente fornisce armi ai fanatici di ogni territorio. Lo fece con chiunque aiutasse a depredare i territori di minerali, diamanti, qualunque altra cosa di valore. Come entrare in Sicilia e armare la mafia per poter tranquillamente trafficare zolfo – come accadde parecchio tempo fa – fino al momento in cui le miniere si esaurirono, i mafiosi non furono più utili e si crearono nuovi interessi e nuovi alleati. Spesso le guerriglie sono mercenari utili a fermare le proteste dei cittadini che vedono altri appropriarsi delle loro terre, ricchezze, cibo. Riassumendo: l’Occidente finanzia criminali per tenere a bada le popolazioni locali mentre li deruba di ogni cosa.

Della corrente fanatica definita islamista abbiamo cominciato a parlare fin dal momento in cui quelle terre facevano comodo all’Occidente per controllare gli affari commerciali – leggi petrolio/gas/xx – in Medio Oriente. Ogni mossa fatta dall’Occidente è servita solo a radicalizzare le differenze e a recuperare consenso diretto verso gli integralisti. Più si generalizza e si sfrutta una popolazione e più si tiene in vita una fazione disumana che non fa che spadroneggiare su chiunque.

D’altro canto noi, l’Occidente, abbiamo reso invisibili le lotte dei soggetti locali. Penso alle preziose donne curde, per la maggior parte musulmane, che restano a difendersi da un lato dal dittatore turco (Ave Erdogan) e dall’altro dall’avanzare dei siriani che queste donne tentano di impedire a rischio della propria vita. Mi sarebbe piaciuto che il Nobel fosse andato ad una di loro perché le combattenti rivoluzionarie difficilmente fanno gioco alla colonizzazione occidentale.

In tutto ciò si dimentica un fatto importante: giusto ora sentiamo dire che un medico del Congo si dedica alla salvezza delle donne stuprate. Si nasconde anche il fatto che le vittime di stupro spesso hanno bisogno di medici che le aiutino ad abortire. Di questo non si parla ma spero che premiare anche il dottore congolese Denis Mukwege apra uno spiraglio anche in questo senso. D’altronde se in molte terre l’uso del preservativo viene spacciato per battesimo del diavolo una ragione c’è e il dottore del Congo questo lo saprà di certo.

Attorno a questa scelta si realizzò un dibattito molto vivace quando furono le donne stuprate dai serbi a chiedere di essere assistite nell’aborto. La Chiesa rispose picche anche se, ahiloro, le donne abortirono ugualmente. Mi piacerebbe sapere come e se culturalmente, in ogni scenario di violenza sessuale, si sono risolte queste questioni immediatamente conseguenti allo stupro.

La violenza di genere è in ogni caso il segnale più visibile di una guerra tra stati patriarcali, tra maschilismi, tra controllori dei corpi delle donne e laggiù giocano a rimpiattino ogni volta che c’è da legiferare sul maltrattamento e sulla violenza domestica. Non mi piace parlarne se non per supportare le lotte delle donne sopravvissute a quei crimini fetenti. Spero che il premio dato a Nadia Murad Basee Taha non diventi l’ulteriore tema di strumentalizzazione della lotta contro la violenza di genere per criminalizzare e demonizzare l’Islam. Perché se così fosse serve ricordare che gli islamofobi non si interessano realmente alle donne stuprate. Si interessano invece di razzismo e giustificazioni per compiere genocidi reali o metaforici. Basta un piccolo esempio: se a stuprare Nadia fosse stato un branco di italiani avrebbero immediatamente pensato a giustificarli e a condannare lei.

Quindi senza pretese di colonizzazione culturale, giacché non ho nulla da insegnare a queste favolose combattenti, e con l’umiltà di stare a fianco a donne come Nadia Murad Basee Taha, rivolgo a tutte loro la mia solidarietà. Combattiamo insieme, ciascuna nei propri territori. Con l’orecchio ben teso ad apprendere nuove rivendicazioni e azioni di lotta. Senza lasciarci strumentalizzare, mai.

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