I soldi del reddito di cittadinanza si dovranno spendere “negli esercizi commerciali in Italia per far crescere l’economia” e “inonderanno il commercio, negozi e piccole imprese”. Parola del vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio, che ha spiegato così il piano del governo per stimolare la crescita rilanciando i consumi privati, inchiodati a livelli inferiori a quelli del 2008. Ma secondo gli economisti interpellati dal fattoquotidiano.it le incognite sono tante. E’ vero che a certe condizioni – per esempio quando l’economia è in fase di rallentamento e i tassi di interesse sono bassi – ogni euro immesso nel sistema economico sotto forma di spesa pubblica può generare più di un euro di prodotto interno lordo (in gergo si dice che il “moltiplicatore” è superiore a uno). Bisogna però tener conto che il contesto fa la differenza, e vista la distribuzione della povertà il reddito andrà soprattutto a residenti nel Mezzogiorno. Senza contare che è probabile che buona parte dei consumi aggiuntivi riguardi prodotti di importazione, meno cari del made in Italy. E l’import, se supera l’export, ha sul pil un impatto negativo. Più possibilisti Andrea Roventini e Pasquale Tridico, che la scorsa primavera erano stati indicati dal Movimento 5 Stelle come possibili ministri dell’Economia e del Lavoro.

Consumi ancora sotto il livello del 2008 – Il punto di partenza è che lo scorso anno, secondo l’Istat, la famiglia media ha speso 2.564 euro al mese: 84 euro in meno rispetto al 2008, all’inizio della crisi economica. E al Sud la cifra non supera i 2.100 euro, con un picco negativo di 1.807 euro in Calabria. La scommessa dei pentastellati è che il reddito di cittadinanza fino a 780 euro per un single (erogato attraverso una card che incentiverà a spenderne la maggior parte) non solo faccia ripartire i consumi, ma per quel tramite spinga il pil di un ammontare superiore alle risorse immesse nel sistema economico. Che ammonteranno a circa 7 miliardi considerato che, sui 10 di stanziamento annunciati, un miliardo servirà per potenziare i Centri per l’impiego e un paio torneranno nelle casse pubbliche sotto forma di Iva.

Baldini: “I moltiplicatori dipendono dal contesto: al Sud impatto minore”– “Perché il reddito venga effettivamente erogato ci vorranno alcuni mesi, quindi l’impatto macro non sarà immediato”, fa notare Massimo Baldini, docente di Metodi econometrici per la valutazione delle politiche pubbliche all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. “Quanto alla portata, negli anni della crisi abbiamo imparato che i moltiplicatori cambiano da Paese a Paese e a seconda del contesto, perché l’impatto della spesa pubblica sul pil dipende da condizioni come il capitale umano, la disponibilità di credito, l’efficienza della burocrazia, la facilità di fare impresa… vale a dire che paradossalmente è maggiore dove le cose vanno meglio. Quindi al Nord. Ma il reddito andrà per la maggior parte a residenti al Sud. Se a questo aggiungiamo l’impatto sul bilancio pubblico, il probabile aumento degli interessi sul debito e il ciclo economico internazionale che peggiora, mi pare azzardato pensare che la crescita possa arrivare all’1,5-1,6%”.

Tridico: “No, effetto maggiore dove i consumi sono più bassi” – Non concorda Pasquale Tridico, professore di Economia del lavoro e Politica economica all’Università Roma Tre, che era stato indicato da Di Maio come possibile ministro di Lavoro e Welfare salvo sfilarsi dopo la decisione di andare al governo con la Lega. Il docente non si sbilancia sull’obiettivo dell’1,5% ma spiega: “I moltiplicatori sono più alti quando il trasferimento va a chi ha redditi più bassi. In media stimo che siano intorno all’1,5% e nel Sud secondo me l’impatto sarà maggiore perché i consumi partono da livelli più bassi. Quindi la domanda aggregata salirà. In più, come ho già spiegato, grazie al potenziamento dei centri per l’impiego aumenterà la partecipazione al mercato del lavoro il che farà crescere il pil potenziale (il livello massimo di prodotto che si può ottenere utilizzando tutte le risorse disponibili, ndr) E a quel punto le regole europee ci consentiranno un livello più alto di deficit strutturale, quello al netto degli effetti del ciclo economico e su cui la Commissione fissa gli obiettivi di medio termine. Un esempio? La Germania tra 2015 e 2017 ha aumentato il pil potenziale grazie all’inserimento nel mercato del lavoro di 1 milione di migranti e in questo modo ha ottenuto maggiore spazio fiscale”.

Roventini: “Avrei puntato sugli investimenti, che spingono di più la crescita” – Andrea Roventini, professore associato all’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che nelle settimane di formazione del governo è stato in predicato di diventare ministro del Tesoro, parte dall’evidenza empirica che emerge da numerosi paper del Fondo monetario internazionale. “E l’evidenza empirica dice che a spingere di più la crescita sono gli investimenti pubblici, che hanno un moltiplicatore superiore a uno”, racconta. Gli investimenti aggiuntivi annunciati dal titolare del Tesoro Giovanni Tria si fermano però allo 0,2% del pil, circa 3,4 miliardi. “Subito dopo quelli degli investimenti vengono i moltiplicatori della spesa pubblica per trasferimenti, come il reddito di cittadinanza. I tagli alle tasse hanno un impatto inferiore. Poi va detto che i moltiplicatori sono più alti quando i tassi sono bassi e c’è alta disoccupazione, come in Italia. Tutto considerato, l’impatto del reddito sarà positivo perché ridurrà la disuguaglianza e trasferirà risorse alle fasce di popolazione che consumano di più. Ma non so se basterà per far salire il pil dell’1,5-1,6%. Io avrei fatto una manovra diversa: niente flat tax e niente quota 100 indiscriminata, che costano molto, non stimolano la crescita e non contrastano la povertà. Avrei usato quelle risorse per gli investimenti. Inoltre, avrei tagliato la spesa pubblica improduttiva sfruttando i piani Cottarelli e Perotti“.

Daveri: “Gran parte dei consumi aggiuntivi riguarderà prodotti importati” – “Se davvero il reddito sarà versato su un bancomat e chi lo riceve sarà obbligato a spenderlo come fosse un buono pasto, un impatto sui consumi ci sarà”, concede Francesco Daveri, docente di Economia alla Sda Bocconi dove dirige l’Mba, che premette di essere fermamente contrario all’idea del reddito di cittadinanza perché “a chi è senza lavoro bisogna dare la canna da pesca, non il pesce”. “Ma anche con questa impostazione c’è un rischio”, avverte. “Gran parte di quello che c’è sugli scaffali dei discount e dei supermercati è fatto dalle multinazionali. Le nostre aziende non fanno merendine e telefonini low cost, le nostre specializzazioni sono altre. Visto che non mi immagino i destinatari del reddito che fanno la spesa da Eataly, credo che il grosso dei consumi aggiuntivi andrà su prodotti di importazione. A meno che non si intenda dare una lista di prodotti tra cui scegliere, cosa che mi fa pensare a un mondo sconfitto nel 1990″.

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