In Europa una donna dovrebbe lavorare 59 giorni in più per arrivare ad avere lo stesso stipendio del proprio marito e in Italia 1 su 4 è sottoccupata. A rivelarlo è il nuovo rapporto pubblicato da Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, che prende in considerazione i 28 paesi membri dell’Unione europea. I dati restituiscono un quadro allarmante per la parità di genere: ancora oggi  le donne sono pagate meno degli uomini, sono più esposte a lavori precari o occupano ruoli che non tengono conto delle loro reali qualifiche di studio o capacità professionali, spesso con il lavoro domestico in gran parte sulle loro spalle. Il gap nelle condizioni lavorative non risparmia l’Italia che ha uno dei tassi di occupazioni più bassi a livello europeo.

Meno della metà della popolazione femminile italiana è occupata e tra queste il 25% lavora in ruoli al di sotto delle proprie potenzialità. Circa 3 lavoratrici su 4, inoltre, sono “vittime” del part-time involontario. Una condizione nella maggior parte dovuta all’impossibilità di conciliare i tempi della maternità e della vita familiare con il lavoro. I dati, poi, si aggravano ancora di più se si pensa che circa il 10% delle donne italiane nel 2017 era a rischio povertà, ossia pur lavorando viveva in un nucleo famigliare con reddito al di sotto della soglia del rischio povertà.

Il rapporto è stato costruito anche grazie alle testimonianze di molte lavoratrici provenienti da Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna. Come Erika, che racconta: “Quasi sempre, ai colloqui di lavoro, la seconda-terza domanda era ‘vorrai avere figli?’ per cui sei discriminata in partenza, per il solo fatto che sei in età fertile. Quando preparavo i curricula per portarli alle cooperative l’anno scorso volevo scrivere ‘sono in menopausa’, magari era un punto vincente”. A sottolineare la difficoltà della conciliazione vita-lavoro è anche Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia: “Bassi salari, lavori precari, difficoltà della conciliazione vita-lavoro, sono tra le principali ragioni per cui le donne vivono una situazione di povertà lavorativa che sta aumentando in Europa”.

E tra le prime colpite da questa discriminante ci sarebbero, secondo la Bacciotti, “donne migranti, le giovani e le famiglie monoparentali”. Proprio sul conciliare la maternità e la vita in famiglia con il lavoro i dati sono impietosi: i lavori domestici sono ancora prerogativa del sesso femminile (81%) rispetto a quello maschile (20%) e il 97% delle donne contro il 72% degli uomini si prende cura dei propri figli. “Per un Paese in cui le donne in media risultano avere qualifiche più alte rispetto ai lavori che vengono loro offerti, non garantire loro condizioni lavorative adeguate equivale a una perdita di capitale umano, sul quale invece bisognerebbe investire – ha sottolineato la Bacciotti –  Bisognerebbe anche riconoscere tutto il lavoro di cura, invisibile e non retribuito che le donne portano sulle spalle contribuendo significativamente alla crescita economica di un Paese. I dati sono chiari: nel mondo, il lavoro domestico non pagato delle donne ammonta a 10 miliardi di dollari all’anno, il 13% del Pil mondiale“.

A evidenziare l’arretratezza italiana rispetto ad altri paesi europei anche il tasso di partecipazione economica delle donne. Un indicatore monitorato nel Global Gender Gap Index, realizzato dal World Economic Forum che nel 2017 ha portato l’italia al 118esimo posto su 142 Paesi. Per questo Oxfam ha presentato alcune richieste al Governo italiano: introdurre sgravi contributivi in favore dei datori del settore privato che sottoscrivono contratti collettivi aziendali con l’introduzione di misure di conciliazione tra vita professionale e vita privata; rivedere il sistema fiscale per migliorare gli incentivi finanziari all’inserimento lavorativo di entrambi i coniugi; scoraggiare il ricorso a forme di lavoro precario e al part time involontario che colpisce soprattutto le donne; aumentare i servizi pubblici alle famiglie, soprattutto quelli per la cura dei figli nei primi anni di vita, come il rafforzamento di asili nido pubblici a costi accessibili; mantenere e rafforzare l’esercizio di gender budgeting introdotto con la legge di bilancio 2017.

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