Una storia che rotola di campo in campo, di bocca in bocca, di ricordo in ricordo. Quella di Roberto Baggio è stata l’ultima vera favola italiana, non sempre bella, non sempre a lieto fine, eppure straordinariamente nostra. Il racconto di un uomo tanto comune quanto unico, di un genio fragile ma anche indistruttibile, di un principe nomade amato da tutti e odiato da nessuno. Per descrivere la leggenda del fuoriclasse venuto da Caldogno servirebbe un bel romanzo, uno di quelli scritti con testa, cuore e anche un po’ di pancia. Roberto Baggio. Divin Codino (Giulio Perrone Editore) ci va davvero vicino.

Scritto da Raffaele Nappi, già autore di Maradona. Il pibe de oro (Giulio Perrone Editore), il libro si presenta infatti come un omaggio al giocatore, al calcio e all’Italia in ogni sua sfumatura. Contaminando la stretta cronaca con uno storytelling sportivo alla Federico Buffa, di cui non a caso vengono segnalate in bibliografia le puntate di Storie Mondiali, Nappi ripercorre una carriera che è stata un po’ walk of fame un po’ via crucis, sfoderando una penna leggera ma efficace nel dribblare i vincoli del rettangolo verde per tramutarsi nel ritratto di un Paese intero. Anticipato da un preludio in salsa bulgara – con il primo capitolo che si apre, in maniera insolita per una biografia, inseguendo tracce di un altro mito, l’Ayatollah Hristo Stoičkov, che pure c’entra e non poco con la parabola di Baggio – il libro ripercorre in 150 pagine tutto l’estro e le contraddizioni di un talento puro e serpentino, riscoprendone le tappe dall’esordio a Vicenza sino alle lacrime del 16 maggio 2004, di San Siro e dell’addio al calcio.

Lo sguardo di Nappi è quello dell’innamorato e all’autore non si può certo dare torto. Baggio, il campione di tutti, il calciatore che seppe diventare bandiera amando ogni città senza sposarne nessuna, ha infatti trovato sempre un posto speciale nel cuore degli appassionati. Meno, invece, in quello degli addetti ai lavori. Ritorna così alle mente il ritratto dolce amaro di un campione umile, ostacolato dal destino, eroe e vittima di un talento troppe volte messo in discussione dai giornali, dagli infortuni o dalle antipatie di qualche tecnico. Ma riemergono anche le meraviglie di un fenomeno assoluto, capace di conquistare un Pallone d’oro e riempire di bellezza gli occhi dei tifosi di tutto il mondo grazie a una classe che neppure 220 punti di sutura e un menisco sgretolato a 17 anni seppero arginare.

Ma Divin Codino, dicevamo, non vive di solo calcio, dimostrando anzi di saper ben gestire anche il passo del racconto popolare. Al profumo dell’erba appena calpestata il libro affianca infatti quello delle strade di un Italia che ride e piange al ritmo delle giocate di Roberto Baggio, commentandone tanto la vita pubblica quanto quella privata, dalla decisione di convertirsi al buddismo sino a quella di non tirare un rigore contro quella Fiorentina abbandonata appena pochi mesi prima. Proprio il capitolo riservato all’addio all’Arno si distingue come uno tra i passaggi più riusciti del testo, presentando in tutta la sua livida drammaticità i giorni di guerriglia che seguirono la notizia dell’acquisto di Baggio da parte della Juventus. Nappi restituisce con efficacia lo shock emotivo di una città pronta a riversarsi in piazza nel tentativo di impedire agli Agnelli di strappare a Firenze il suo vero David, dando vita a una protesta senza precedenti, con scontri e feriti che arrivarono a bussare sino a Coverciano e al ritiro di quella Nazionale che darà poi vita alle Notti magiche di Italia ’90.

Rinfrescato da un simpatico citazionismo che abbraccia anche i titoli dei capitoli (con tanto di richiamo a Marmellata #25 di Cesare Cremonini), impreziosito dal tributo al compianto Stefano Borgonovo – “gemello” di Baggio in maglia viola – e ancora scosso dal rammarico per la finale di Usa ’94 e per quel rigore che il numero 10 azzurro scagliò verso il cielo, Roberto Baggio. Divin codino è un libro appassionante e poetico. Un testo che si lascia leggere in un sol boccone e a cui si può imputare solo la fretta di un finale che archivia con eccessiva brevità le avventure del suo protagonista con la maglia dell’Inter (appena citata) e del Brescia (stagioni tratteggiate per aneddoti ma poco scandagliate). Scelte che comunque non intaccano il piacere di una lettura che si nutre innanzitutto di emozioni. Perché se ancora oggi sentiamo il bisogno di scrivere e parlare di quel prodigio con lo sguardo pieno di malinconia è perché, più che un calciatore, Roberto Baggio è stato un sentimento.

Twitter: @Ocram_Palomo

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