Gravi “rischi di contaminazione” delle falde acquifere, dovuti a una struttura, quella dei laboratori del Gran Sasso, “fragile”, in uno stato di “generale abbandono” e quindi “non in grado di garantire la collettività” poiché, sostengono i magistrati, non c’è stata “la necessaria separazione” tra le condotte destinate alle acque per consumo umano e quelle di ‘scarto’. È una situazione allarmante quella tratteggiata dalla procura di Teramo nell’inchiesta sul presunto rischio d’inquinamento delle falde acquifere sotto il massiccio dell’Appenino per il quale sono indagate 10 persone ai vertici dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, che gestisce i laboratori, delle Strade dei Parchi e di Ruzzo Reti. Accuse, quelle della procura teramana, respinte dall’Infn, che assicura di “aver sempre agito con onestà personale e correttezza istituzionale”.

“Grave rischio contaminazione” – A preoccupare il giudice per le indagini preliminari, che ha vagliato le risultanze investigative dei carabinieri del Noe coordinati dai magistrati, è soprattutto “lo stato di generale abbandono, se non di degrado, di alcuni tratti delle gallerie dei laboratori del Gran Sasso, come il nodo B”, dove “viene raccolta la maggior parte delle portate poi destinate all’uso idropotabile”. La grande struttura scientifica all’interno del massiccio del Gran Sasso, fiore all’occhiello della ricerca italiana, sarebbe, “sotto numerosi aspetti, fragile, non sufficientemente impermeabilizzata e non in grado di garantire la collettività dai gravi rischi di contaminazione delle falde acquifere”. Scrive il gip Roberto Veneziano nel suo lungo decreto di sequestro: “Non riteniamo che ci sia stata la necessaria separazione tra le reti di condotte destinate alla raccolta e al convogliamento delle acque per un uso non idropotabile e quelle, molto più delicate e complesse, finalizzate al consumo umano”. E queste ultime avrebbero, in più, una “una scarsa resistenza alle azioni sismiche che purtroppo caratterizzano l’intera area del Gran Sasso, e sono quindi facilmente lesionabili” e “un funzionamento a ‘pelo libero’ per cui, nel caso di lesioni o di scarsa tenuta dei giunti (circostanza assai frequente in questo tipo di tubazioni) l’acqua può uscire o entrare dalle stesse”.

“Rischio contatto tra composti chimici e acqua destinata a umani” – L’impianto accusatorio – costruito dal pool di magistrati della procura di Teramo composto dai pm Stefano Giovagnoni, Greta Aloisi e Davide Rosati e coordinata dal procuratore capo Antonio Guerriero – parla chiaro: sia i laboratori di questo centro conosciuto in tutto il mondo che le contigue gallerie dell’autostrada A24-A25 avrebbero contribuito a “deteriorare, in modo permanente, le acque sotterranee”, da cui attingono gli acquedotti e i rubinetti domestici di 700mila cittadini abruzzesi. Acqua destinata al consumo umano, nonostante il rischio concreto di contatto con “composti chimici di varia composizione, gasolio in cisterne interrate e altre sostanze con potere corrosivo”. Nel corso dei ripetuti sopralluoghi sono stati trovati “pozzetti superiormente aperti, dal fondo dei quali emergeva la falda freatica” e “cascate d’acqua a pochi metri dal cosiddetto esperimento Borexino”. Desta inquietudine pure la contaminazione da cloroformio dell’acqua sottostante: secondo la procura di Teramo, non può non scaturire dai Laboratori nazionali di fisica e dall’impiego, “nelle loro attività sperimentali, di rilevanti quantità di reagenti e sostanze chimiche”.

“Pericolo inquinamento significativo” – Il pericolo di inquinamento, rimarca il gip, è “significativo e misurabile”, tenendo conto, tra l’altro, che quello del Gran Sasso è uno dei bacini idrici più importanti d’Europa. “Si è potuto constatare che le opere di captazione e convogliamento delle acque sotterranee destinate al consumo umano presentano un insufficiente grado di isolamento dall’esterno, anomalia che espone tali acque a rischio di contaminazione a opera delle sostanze inquinanti potenzialmente contenute nelle condotte di scarico o nelle acque di falda con cui esse entrano, in più punti, direttamente a contatto”. E a nulla sarebbero serviti gli interventi commissariali succedutisi nel tempo: costati 80 milioni di euro, restano “incompleti e talvolta significativamente difformi da quanto progettato”. Sull’inchiesta aperta, il giudice Roberto Veneziano è chiaro: “I gravi indizi di colpevolezza si ravvisano a iosa”.

L’allarme della Regione – Anche il governo regionale, sul finire dello scorso anno, ammise il problema: “Il vizio di fondo nasce dalla realizzazione del traforo, effettuato negli anni ’80 con la mentalità dell’epoca – disse allora Giovanni Lolli, attualmente governatore (reggente) dell’Abruzzo – Si è infatti ‘bucato’ e svuotato l’acquifero, che è andato a finire sotto l’autostrada e i laboratori, realizzati dopo, con la preziosa acqua incanalata in tubature di cemento armato, lunghe 11 chilometri, che non garantiscono l’isolamento”.

Da ambientalisti cinque esposti a pm – Alla luce delle accuse dei pm, Augusto De Sanctis della “Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso” parla di “una prima conferma delle gravissime criticità presenti nei Laboratori del Gran Sasso e nell’Autostrada A24. In questi mesi non solo abbiamo depositato ben cinque dettagliatissimi esposti, ma abbiamo dato il nostro contributo fattivo alle indagini. Forse i ricercatori avrebbero potuto tenere un atteggiamento meno arrogante nei confronti dei cittadini, soprattutto visto quello che è emerso con gli accessi agli atti, a partire dallo stoccaggio irregolare di ben 2.292 tonnellate di sostanze chimiche pericolose posizionate praticamente nel punto di captazione delle acque potabili bevute da centinaia di migliaia di persone”.

“Non hanno rispettato norme” – Il portavoce del movimento denuncia la “quasi completa inadempienza rispetto alle norme della direttiva Seveso, essendo i laboratori un ‘impianto a rischio di incidente rilevante’”. La sicurezza, aggiunge, “deve essere parte integrante di qualsiasi progetto: solo così è vera eccellenza. Noi siamo per la ricerca scientifica, assolutamente, ma tutti i ricercatori sanno – o, meglio, dovrebbero sapere – che esistono dei limiti. Ora ci aspettiamo che le migliaia di tonnellate di sostanze pericolose siano allontanate dalla montagna più alta dell’Appennino, che custodisce un patrimonio idrico irripetibile”.

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