Secondo i dati Istat ad agosto i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 50mila unità rispetto al mese precedente. Un segnale significativo, il primo di un’inversione di tendenza o un effetto transitorio dovuto a una serie di circostanze, vedi la situazione di incertezza che ha preceduto l’entrata in vigore del decreto Conte? Ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Michele Tiraboschi, giuslavorista e direttore del centro studi sul Lavoro Adapt. Che invita alla prudenza nell’analisi dei dati Istat. “Mentre sui contratti a tempo determinato, al momento, non sono ancora visibili gli effetti del decreto dignità – spiega – per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato, ad agosto c’è stata effettivamente un’anomalia”. L’aumento di questa tipologia di contratti potrebbe essere un primissimo effetto del decreto dignità? “Più probabile che sia figlio dell’incertezza per il cambio delle regole, ma questo sarà chiaro solo nei prossimi mesi”.

IL BOOM DI AGOSTO – Intanto va sottolineato che i permanenti recuperano parzialmente il calo dei due mesi precedenti (+50 mila a 14,9 milioni, +0,3%), mentre rispetto ad agosto 2017 i contratti a tempo indeterminato sono calati di 49mila unità. Fatta questa premessa, la crescita dell’occupazione rispetto a luglio riguarda donne e uomini e si distribuisce tra gli over 25. Ma cosa è accaduto tra luglio e agosto? Il 14 luglio è entrato in vigore il decreto Dignità che ha complicato la strada delle assunzioni a termine per le imprese, rendendole, ad esempio, più onerose. Il decreto 87/2018, convertito nella legge 96, ha rimesso in campo le causali per i contratti a termine superiori ai 12 mesi. L’obiettivo è quello di incentivare le assunzioni a tempo indeterminato. Non solo: sono stati anche raddoppiati gli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo nei contratti a tutele crescenti. “Molto difficile che quelle 50mila unità in più siano frutto del decreto” spiega Tiraboschi, secondo cui i veri effetti, quelli destinati a durare nel tempo, si vedranno solo più in là.

IL DATO, PER ORA, FRUTTO DELL’INCERTEZZA – “Una delle letture che si può dare a questo dato – dice il giuslavorista – è che sia piuttosto frutto dell’incertezza, della confusione su rinnovi e ammissibilità delle proroghe e dei timori sull’applicazione”. Prima del decreto i contratti potevano arrivare a 36 mesi. “Con il decreto da convertire – aggiunge Tiraboschi – credo che a luglio le imprese siano state caute. Poi, capito come funzionava, c’è chi ha continuato ad assumere a termine (come permetteva le legge attraverso il regime transitorio) e c’è chi, magari tra le imprese che avevano in essere contratti a tempo lunghi, ha colto l’occasione per stabilizzare. Nel dubbio, qualcuna magari ha voluto evitare di incorrere nelle causali”. Da qui il picco delle assunzioni.

GLI EFFETTI A LUNGO TERMINE – Secondo il giuslavorista ad oggi non si può escludere che questo primo effetto inneschi un processo virtuoso “ma ad oggi i segnali indicano decisamente un altro trend e non so quanto su questo potrà incidere anche in futuro il decreto Dignità”. Il testo prevede quattro regimi transitori e, con essi, regole diverse a seconda di quando è stato stipulato il contratto a termine. Dal mese di dicembre e, ancora di più, da gennaio in poi, la situazione sarà più chiara. “Per quanto riguarda il tempo determinato – aggiunge Tiraboschi – con il regime transitorio ancora in corso (fino al 31 ottobre, ndr), al momento non mi sembra che il cambio di regole abbia sortito alcun effetto. Siamo il linea con quello che succedeva prima”. I contratti a tempo determinato continuano a crescere (+45 mila a 3,14 milioni, +1,5%) rispetto a luglio e anche nei dodici mesi (+12,6%, +351 mila).

IL GIUSLAVORISTA: “NON GUARDIAMO SOLO IL NOSTRO OMBELICO” – Al di là di questo aspetto, secondo Tiraboschi occorre guardare questi dati non perdendo di vista ciò che avviene negli altri Paesi. “Se ci confrontiamo con altre realtà europee – dice – questi dati sono negativi, anche se ora li stiamo celebrando. Basta guardare la Germania, con il tasso di disoccupazione al 3 per cento, mentre noi siamo comunque al 9,7% e rimaniamo con due milioni e mezzo di persone senza lavoro. Guardiamo pure con ottimismo questi piccoli segnali, ma la verità è che lo scenario e le previsioni dei prossimi mesi non sono certo esaltanti”.

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