La magistratura catanese ha disposto il sequestro, per la prima volta nella storia, di un quotidiano – La Sicilia di Catania – il cui editore/direttore, Mario Ciancio Sanfilippo è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Non è mai accaduto prima in Italia e nel mondo che un giornale venisse confiscato perché il suo padrone e (ormai ex) direttore è accusato non solo di avervi investito soldi di provenienza illecita, ma di averlo usato per favorire gli interessi di Cosa Nostra.

Un’accusa che moralmente e professionalmente si allarga da Mario Ciancio a chi, sotto la sua direzione, ha avallato una linea editoriale fatta di silenzi, mistificazioni, di distinguo e di palesi omissioni. Lo hanno fatto vice direttori (tranne Nino Milazzo che venne cacciato), i capocronista, e molti giornalisti che hanno scritto pezzi, fatto titoli, tagliato e cucito con cura certosina un giornalismo compatibile con gli interessi di Cosa nostra al punto che una piccola sbavatura, una frase buttata lì da uno sprovveduto giovane cronista aveva fatto sentire in diritto il boss Pippo Ercolano di andare a fare una piazzata in redazione pretendendo e ottenendo che Ciancio in sua presenza facesse una lavata di capo al giovanotto.

La vicenda di Ciancio racconta un “sistema”, nel quale una mafia modernissima come quella catanese si mostra attentissima al potere dell’informazione e lo usa per negare se stessa. La penna più in vista di quel giornale per anni è stato Tony Zermo, un personaggio che ha avuto la spudoratezza di dire, seduto sul banco dei testimoni nel processo in morte di Giuseppe Fava, che a Catania non c’era la mafia, ma solo “quattro rubagalline”. Sembra una barzelletta, ma è accaduto davvero. Chi non cantava in quel coro veniva spazzato via, come è accaduto a sei già giornalisti di Telecolor che Ciancio ha cacciato via dopo aver comprato l’emittente.

I magistrati sequestrano tutto il patrimonio aggredibile, 150 milioni. Ma Catania sembra assorbire il colpo senza scomporsi. Silenzi imbarazzati da chi con Ciancio si è seduto amabilmente a fare affari, a mediare appoggi, ad elargire favori. Dal suo studio sono passati tutti i politici, con rarissime eccezioni. Molti di loro avrebbero il dovere di parlare, ma tacciono.

L’Ordine dei Giornalisti, nonostante il processo per mafia, tiene ancora Ciancio tra i suoi iscritti. La Confindustria “della legalità” accoglie le sue aziende. L’imbarazzo del notabilato cittadino anche di fronte alle macerie ci racconta la miseria di un corpo sociale decomposto, di interessi ed intrecci che le sentenze non mutano. La vocazione a servire che si ripete anche se il padrone è morto, anche se quel mondo non esiste più, se ne continua ad osservarne i rituali. Uno spettacolo miserrimo che è assolutamente trasversale come lo è stato il potere di Mario Ciancio. Non si è udita, al momento in cui scrivo, la voce del sindaco della città Salvo Pogliese o del Presidente della Regione Nello Musumeci; tace l’ex sindaco Enzo Bianco. Muto il Pd e privo di voce il M5S e la destra più o meno estrema. Tacciono le associazioni antimafia e della cosiddetta “società civile”. Unico a parlare ancora una volta Claudio Fava che presiede la commissione regionale antimafia. Un quadro che lascia ben poche speranze.