È tornato il Var. Finalmente: dopo l’avvio di campionato in cui la moviola in campo sembrava esser stata dimenticata, depotenziata, disattivata, in questo turno si è rivisto quanto lo strumento possa essere utile e decisivo per il risultato di una partita. Implacabile, in Sampdoria-Inter ha annullato ben due reti ai nerazzurri (più una terza ai blucerchiati confermando la decisione dell’arbitro che aveva già fischiato): un fuorigioco millimetrico a inizio azione per cancellare il gol di Nainggolan, una palla uscita di una spanna per vanificare la prodezza di Asamoah. Un trionfo: quel che non coglie l’occhio umano, vede la tecnologia. Giustizia è fatta, o forse no.

Presto per esultare: se è vero che in questa giornata il Var ha inciso di più, bisogna anche contestualizzare gli episodi. Sono state quasi tutte scelte “oggettive”, senza il ricorso all’on field review (il replay al monitor a bordocampo), pratica virtuosa a cui però i fischietti sembrano voler ricorrere sempre meno, incoraggiati dalle nuove direttive centrali. Gli arbitri non amano mettersi in discussione e nelle ultime settimane ci sono stati svarioni su svarioni (rigori non assegnati, sviste tra falli in area e fuori area, chi più ne ha più ne metta). Questo weekend non segna una vera inversione di tendenza, solo una parentesi fortunata. Fino a un certo punto, tra l’altro: basti vedere a quel che è successo venerdì sera in Sassuolo-Empoli, con il terzo gol dei padroni di casa viziato da una palla uscita sotto gli occhi del guardalinee; il Var l’ha incredibilmente convalidato, nonostante da tutti i replay la sfera sembrasse fuori.

Si tratta praticamente dello stesso, identico episodio capitato durante Sampdoria-Inter, vinta in pieno recupero dai nerazzurri ma solo dopo che la moviola avesse annullato due reti alla squadra di Spalletti. Le scelte dell’arbitro Guida, assistito dai monitor, sono state ineccepibili. Eppure l’Inter sabato si è sentita penalizzata, e non soltanto per il proverbiale vittimismo che fa un po’ parte del dna di questa squadra. È difficile spiegare a un tifoso nerazzurro perché il Var, così zelante nell’andare a pescare un fuorigioco impercettibile, 12 secondi prima del gol di Nainggolan (un’eternità nello sviluppo di un’azione), non sia stato nemmeno interpellato una settimana fa quando Di Marco ha parato con la mano sulla linea di porta una conclusione di Perisic che probabilmente avrebbe cambiato il destino della partita contro il Parma.

Con mille difetti e qualche incidente di percorso, il Var l’anno scorso stava diventando ciò che al calcio è sempre mancato: un metro oggettivo, una sorta di giudizio divino, che non si può contestare o dubitare, perché “sovrumano” e ontologicamente vero. Quando è rigore, è rigore; quando la palla è uscita, è uscita: inutile protestare. Ma se adesso comincia ad essere utilizzato in maniera discrezionale, in un episodio sì e l’altro no, a favore di una squadra e contro un’altra, ecco che anche la decisione più giusta (vedi le due reti annullate all’Inter) rischia tanto di assomigliare a un’ingiustizia. Così la tecnologia perde di autorità e ricominciano i sospetti: il Var diventa fallace, discrezionale, condizionabile. Proprio come gli arbitri italiani.

Twitter: @lVendemiale

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