“Abbiamo avuto un incontro segreto con la Lega. In quell’occasione sono state fatte due promesse: una moschea e un campo da cricket. Tutto questo in cambio dei nostri voti alle elezioni comunali”. Muhammad e Shehroz, due giovani fedeli musulmani, convocano una conferenza stampa e raccontano la recente storia politica di Magenta, in provincia di Milano, dove nella primavera 2017 il centrodestra, grazie alla poderosa affermazione del Carroccio, vince le comunali spodestando il Pd. Con un primo cittadino che viene dalla società civile, a fare la parte del leone è il vicesindaco Simone Gelli, assessore al Bilancio, alla Scuola e alla Sicurezza, nonché capo indiscusso della Lega locale. È stato lui, prima dell’estate, a rispolverare un vecchissimo regolamento dei vigili per negare alla comunità islamica, mille fedeli tra Magenta e dintorni, un luogo per pregare.

E dire che i seguaci di Maometto si sarebbero accontentati, una volta alla settimana, di un parcheggio nella zona industriale, di una piccola sezione in un parco pubblico o della tensostruttura in piazza mercato. A favore della libertà di culto, che peraltro è un diritto garantito dalla Costituzione, sono stati lanciati appelli, sono state organizzate manifestazioni, sono stati convocati tavoli di confronto, sono arrivate mille rassicurazioni e sono scesi in campo persino i parroci, scomodando l’ecumenismo. Nulla da fare. Linea dura, in città non c’è posto per i musulmani.

Forse per questo Muhammad e Shehroz decidono di rompere il silenzio, svelando il contenuto di quell’incontro segreto, a ridosso della campagna elettorale, in una cantina di Pontevecchio, frazione di Magenta, dove sarebbe stato siglato un patto inconfessabile: il partito anti Islam che incassa i voti dei musulmani in cambio del via libera alla moschea. La Lega, costretta ad ammettere che quell’incontro c’è stato davvero, reagisce. Gelli annuncia di aver “dato mandato ai suoi legali per presentare contro gli islamici una querela in sede penale e una causa civile di risarcimento danni. Una scelta obbligata per tutelare la mia onestà e la mia figura istituzionale. Accusarmi di aver promesso una moschea in cambio di voti vuol dire alludere a una sorta di voto di scambio”. È questo il passaggio che fa infuriare i leghisti: il voto di scambio, il reato previsto dall’articolo 416 ter del codice penale punito con una pena dai quattro ai dieci anni di carcere. Il capo del Carroccio continua: “Mi accusano di aver tradito la mia storia politica e addirittura di voler manipolare una gara pubblica, considerato che assegnare un terreno per costruire una moschea necessita di un bando. Gli islamici dicano almeno se, alla fine, hanno votato Lega e se sì, a quale candidato hanno dato la preferenza”.

Impossibile saperlo. A parlare, per ora, sono i numeri. Nel 2017 l’esplosione della Lega non c’è ancora stata e alle comunali di Magenta Forza Italia prende il 16 percento. Il Carroccio però supera tutti e con il 17,5 percento è il partito più votato della coalizione: ottiene due assessori e il vicesindaco, ruolo quest’ultimo riservato a Gelli, che sbaraglia la concorrenza con 359 preferenze individuali, raddoppiando e triplicando le sue precedenti performance. L’interessato nega che il risultato sia legato, anche, al consenso della comunità islamica: “Ho solo lavorato tanto, ho ascoltato i cittadini e ho girato la città a piedi con uno zainetto in spalla per volantinare”.

E mentre la polemica abbandona il terreno della politica per entrare nei tribunali, parla il prevosto di Magenta, don Giuseppe Marinoni, considerato un’autorità morale al di sopra di ogni sospetto. Prima apre le porte degli oratori ai musulmani, poi presenzia a una loro cerimonia funebre e si intrattiene a lungo con l’imam, infine critica apertamente la giunta a trazione leghista e le sue ‘crociate’. Rilasciando un’intervista all’intellettuale e scrittore Emanuele Torreggiani, il parroco usa parole chirurgiche: “La città appare stanca e impaurita, diffidente verso il nuovo, verso tutti. Gli islamici chiedono di pregare, di sentirsi parte integrante di questa comunità. Tocca a noi fare il primo passo. Mi spaventa una politica che risponde sempre allo stesso modo: no, no, no”.

I fedeli musulmani apprezzano e ribadiscono la necessità di costruire un luogo di culto, ma non arretrano di un centimetro sulle accuse rivolte alla Lega: “Chiesero i nostri voti, ora ci voltano le spalle. Siamo stupiti delle minacce del vicesindaco Gelli. Abbiamo detto la pura e semplice verità. La sua denuncia non ha alcun senso. Se vorrà proseguire su questa strada, ci difenderemo davanti ai giudici. E reagiremo, com’è d’obbligo reagire di fronte a una calunnia”.

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