Entro il 22 ottobre in coincidenza con l’anniversario del referendum sulla autonomia promosso dalla Regione Veneto, lo scorso anno, la ministra degli Affari regionali, Erika Stefani, porterà in Consiglio dei ministri un disegno di legge con il quale si dispone il trasferimento delle competenze in materia sanitaria, insieme ad altre 22 materie, dallo Stato centrale alla Regione Veneto. A seguire sono previsti provvedimenti analoghi per la Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Umbria e probabilmente Puglia ed altre regioni. Lo ha spiegato la ministra stessa in un’intervista a La Verità del 17 settembre scorso.

Si tratta di un atto di vera e proprio secessione (distacco, nda) quindi di devoluzione di una funzione pubblica – quella della salute – fino ad ora inquadrata in un servizio sanitario nazionale e riferita ad un diritto fondamentale (art 32), quindi di sommo interesse collettivo. Tale funzione, per le sue caratteristiche etiche, scientifiche, istituzionali e finanziarie, per me, dovrebbe essere indevolvibile, vista la possibilità di arrecare un danno grave e irreversibile ai valori portanti della sanità pubblica e allo stesso diritto alla salute quindi ai cittadini tutti a scala di popolazione.

Discorso completamente diverso vale per altre materie come l’ambiente, l’agricoltura, il turismo, cioè materie che, al contrario della sanità, potrebbero avere giovamento da una loro ricollocazione regionalistica.

Trasferire materie di competenza dello Stato alle Regioni è possibile grazie all’articolo 116 della Costituzione, l’articolo “sull’autonomia”, che, oltre a prevedere autonomie speciali ad alcune regioni e province, contempla la possibilità di dare a tutte le regioni autonomie funzionali su materie di competenza statale.

Per la precisione la secessione della sanità, nel caso del Veneto, secondo l’articolo 117 della Costituzione, non vale come ridiscussione della potestà legislativa esclusiva dello Stato centrale perché la sanità rientra, insieme a tante altre materie, nell’ambito delle materie sottoposte a legislazione concorrente, ma come un pericoloso capovolgimento dei ruoli: grazie ad essa le regioni  diventerebbero su questa materia soggetti con potestà legislativa esclusiva mentre lo Stato perderebbe il proprio ruolo di legislatore concorrente.

Ciò significherebbe da una parte la fine del servizio sanitario nazionale, sostituito da una somma (insieme) di servizi sanitari regionali, ciascuno dei quali con una forte autarchia; dall’altra la ridiscussione dei contratti e delle convenzioni nazionali, quindi, delle norme sui ruoli delle professioni, sulla formazione cioè la ridiscussione di molte norme che rientrano nelle competenze legislative esclusive dello Stato. Quindi, la massima deregulation.

Questa è la prima grande criticità per la quale, secondo me, si dovrebbe stralciare il provvedimento della Stefani.

Le ragioni per le quali la sanità non può non avere una dimensione nazionale, anche se si vuole nella forma federale, sono tante e relative a:
alla salute: vi sono problemi che travalicano i confini regionali;
ai grandi squilibri che con le secessioni: finirebbero per esacerbarsi, creando insanabili conflitti sociali, fino a mettere in pericolo l’unità del paese;
alle esperienze di governo delle regioni fatte sino ad ora (la riforma del titolo V ha dato loro sulla sanità immensi poteri ma ne hanno fatto un pessimo uso): le regioni, nessuna esclusa e dati alla mano, non sono in grado di essere intellettualmente autosufficienti soprattutto sulla sanità;
alla medicina tout court: ci sono regole di esercizio che necessariamente devono valere allo stesso modo per tutti;
all’impianto morale della nostra idea di sanità pubblica: è evidente che la secessione della sanità, farebbe saltare l’universalismo del nostro sistema.

La seconda grande criticità, per la quale personalmente dichiarerei la sanità materia indevolvibile, è quella finanziaria. L’articolo 116 va letto come combinato disposto dell’art 119 che stabilisce che le “Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci”.

Nel caso della secessione della sanità il Veneto non potrà contare più sul finanziamento nazionale ma dovrà provvedere in proprio. Cioè scatterebbe una sorta di sussidiarietà finanziaria per la quale il Veneto non da soldi ma neanche li riceve.

La ministra Stefani a La Verità chiarisce che la secessione della sanità al Veneto non darà a questa regione maggiori risorse ma solo maggiori poteri ai governatori, perché il “il saldo totale resterà invariato” dal momento che, dice il ministro, “quando passa la competenza di una materia passano anche le risorse necessarie per farla funzionare” precisando che “le risorse saranno calcolate sulla base del costo storico per quel determinato servizio”.

A parte il danno irreparabile che la secessione in sanità provocherebbe all’etica della solidarietà del nostro attuale sistema (grazie alla quale non solo curiamo ogni cittadino povero o ricco che sia, ma siamo il paese meno costoso nel mondo occidentale), mi chiedo con molta serietà: cosa ci guadagnano i veneti?

Ho paura che, a parte i danni sugli altri cittadini e sul nostro sistema nazionale, i primi a non ricevere benefici reali, siano proprio i veneti. Tagliati fuori da una strategia nazionale, alle prese con una spesa sanitaria con una forte natura incrementale, senza particolari idee su come governare le complessità sanitarie, senza alcun vantaggio finanziario, e per di più con gli stessi problemi di tutti, viene da chiedersi “ma chi ve lo fa fare?”.

Resta da capire cosa voglia dire accrescere i poteri dei governatori. Ma questo magari lo esamineremo in un altro post.

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