Ci sono momenti della vita in cui devi scegliere da che parte stare. Uno di questi è quello del primo giorno di scuola. Devi sceglierlo da maestro, da bambino, da bidello. Se entri in un’aula per la prima volta devi scegliere il tuo banco, il tuo compagno, il tuo modo di relazionarti con quell’adulto che starà con te per anni. Se lo fai da maestro devi scegliere come lo farai: stando seduto dietro la cattedra, sopra, davanti; guardando negli occhi ogni tuo alunno; schivando il loro sguardo smarrendoti dietro un cartellone delle regole o il mantra del “apriamo il quaderno”.

Se lo fai da bidello (oggi collaboratori scolastici) devi decidere se essere solo quella figura che vigilia, che lava il pavimento e i cessi o quello sguardo soccorrevole, amico, quello che tutti noi abbiamo incontrato nella vecchia scuola dove ad attenderci sulla porta al suono della campanella c’era lui o lei con lo spazzolone in mano intriso di quell’indimenticabile odore di ammoniaca. La scuola non è cambiata. Nel bene e nel male.

Certo la lista delle parolone che hanno rivoluzionato la scuola (o provato a farlo) è lunga (innovazione, aula, animatore, digitale; lavagna multimediale; indicazioni al posto di programmi; competenze al posto di chissà cos’altro non si è ben capito e chi più ne ha più ne metta) ma alla fine la scuola è quella unica e originale relazione fatta di educazione, di istruzione, di passaggio di testimone (o di testimonianza) che si instaura tra un maestro e un bambino. E’ lì che passa tutto perché l’insegnante è vero che è lì per la classe ma per te bambino è il “tuo” maestro, la “tua” maestra. L’ho provato ancora una volta in questi giorni ritornando in aula.

Ho sentito ancora una volta la responsabilità di essere lì con una sola pedagogia: quella del sorriso. E’ bastato un papillon arcobaleno per convincere i miei alunni che stavano per cominciare un cammino in compagnia di qualcuno che era lì per ascoltarli; per scoprire con loro (e non per inculcare qualcosa) la bellezza della conoscenza; per dire loro che quel maestro avrebbe riso, amato, sperimentato, si sarebbe stupito una, due, dieci, cento, mille volte ancora.

E l’ho capito ancor più quando mi son ritrovato nel giardino con i bambini di sei anni a scavare nella terra con un bastoncino alla ricerca dei diamanti o dell’acqua (come ho suggerito loro visto che in pianura è difficile che vi siano diamanti). Ecco cos’è la scuola. Cos’era ieri, cos’è oggi, cosa sarà domani. C’è una lettera di Abramo Lincoln scritta al maestro di suo figlio che dovrebbe accompagnare ogni insegnante, in ogni scuola d’Italia.

Dovrebbe essere appesa in classe accanto al crocefisso. Ve ne riporto una parte: “Caro maestro, gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, ma gli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina. Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce. Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio.”