di Andrea Masala

I recenti avvenimenti in Libia, nella loro drammaticità, hanno il pregio di evidenziare la fallacia dell’opposizione élite cosmopolite vs populismo sovranista attorno alla quale sembra essersi riorganizzata tutta la retorica politica in Usa ed Europa. Il ruolo giocato dalla Francia, facendo sponda con Russia, Egitto ed Emirati, testimonia che nello spazio europeo prevalgono gli egoismi nazionali perfino nelle proiezioni internazionali più delicate e pericolose per l’ordine e la pace di tutti. E che questi egoismi nazionali si esplicano sempre dentro relazioni internazionali continuamente mutevoli secondo convenienza momentanea.

L’appoggio ad Haftar in funzione di indebolimento di Sarraj (a prescindere dal giudizio sui due), la chiusura e la gestione del confine a Ventimiglia, gli sconfinamenti a Bardonecchia, l’affaire Fincantieri-Stx, l’aggressività dei capitali francesi nei confronti delle imprese italiane (agroalimentare, acqua e Gdo), ci fa capire che la Francia guarda all’Italia un po’ come gli Usa guardano al Messico. Ma soprattutto che l’attuale spazio europeo è già uno spazio “sovranista”: un luogo di concertazione e conflitto, di incontro e scontro, dei diversi egoismi nazionali, non certo uno spazio democratico di sviluppo cooperativo comune. Come del resto la questione immigrazione, con comportamenti identici da Orban a Macron, ha ampiamente dimostrato.

Per usare una metafora, è come se questi diversi egoismi nazionali anziché fare a botte per strada e senza regole abbiano deciso di disegnare un ring chiamato Ue e darsi un regolamento, il che sarebbe un bene o comunque un passo avanti. Se non fosse però che l’arbitro è tedesco, i giudici tedesco, francese e scandinavo e la Wbc partecipata ma impotente.

La dicotomia europeismo-sovranismo appare perciò soltanto retorica, non fondata su dinamiche reali: non ci sono europeisti veri ma solo interessi nazionali dove i più forti dettano regole più confacenti ai propri; e lo scontro con i cosiddetti sovranisti riguarda solo un diverso regolamento di tali egoismi nazionali. Di contorno ci sono le importanti questioni che negli Usa chiamano cultural war: diritti civili, società aperta, minoranze, questioni in cui i cosiddetti sovranisti agitano le vecchie parole d’ordine dell’estrema destra e i cosiddetti europeisti faticano a mantenere perfino quelle più moderate dei liberali. Una falsa retorica quindi, eppure la politica si sta ridefinendo intorno ad essa.

L’Italia è il primo Paese europeo in cui siano andate al governo due forze cosiddette populiste di cui una, se accettiamo la falsa retorica finora descritta, dichiaratamente sovranista. Questo rende per l’ennesima volta l’Italia un laboratorio politico di anticipazione di tendenze storiche, tanto che Bannon e Dugin sono sempre più spesso nel nostro Paese. Ma quella falsa dialettica (europeismo vs sovranismo e di conseguenza establishment vs populisti) ha due tipi principali di descrittori/propagandisti: quelli che ci credono veramente (i politologi e un pezzo delle sinistre mondiali) e quelli che magari ci credono meno ma sono molto interessati affinché tutti ci credano.

E’ quest’ultimo il caso delle nuove destre (alt-right) che in questa falsa dialettica ci guadagnano l’unità con forze che di destra non sono, ma senza le quali non potrebbero aspirare a ruoli di potere. Unità che stupidamente e inspiegabilmente buona parte della sinistra internazionale tende a cementare. Nel frattempo negli ultimi giorni due partiti hanno annunciato possibili cambiamenti di nome: il Pd e la Lega. Per quest’ultima si tratta di un’operazione di convenienza giudiziario-finanziaria: il 6 settembre il Riesame ha confermato il sequestro dei 49 milioni di fondi e lo stato maggiore leghista pensa a un meccanismo di bad company per evitare la bancarotta.

Per il Pd siamo invece davanti all’ennesima ridefinizione di se stesso, della sua identità, della sua collocazione politica e sociale, della sua cultura politica generale. Ridefinizione sempre annunciata e finora sempre finita in un annacquamento retorico coperto da leadership personali espressioni dell’accordo, annacquato, tra le diverse correnti poco politiche e molto personali anch’esse. Così dalla fine del Pci e del Psi a sinistra abbiamo avuto una lunga teoria di nomi presi dalla botanica anziché dalla politica: ulivi, querce, margherite al posto di socialisti, liberali, socialdemocratici. Anni di moderati di centro-qualcosa (con o senza trattino) contro moderati di centro-qualcos’altro. Tutto il maquillage retorico possibile pur di non tornare ai fondamentali della politica. Ma il gioco poteva reggere: tutto sembrava convergere comunque al centro e alla stabilizzazione del sistema.

Oggi le tensioni sociali sono arrivate al pettine e maquillage botanici e retorici non servono più, rischiano solo di consegnare forze politiche storiche nel museo dell’indifferenza popolare. Occorre invece ridare un nome politico alla politica e alle cose della politica: ai partiti, alle dinamiche nazionali e internazionali, agli interessi sociali contrapposti ad altri interessi sociali. Se è falsa la dialettica europeisti-sovranisti sarà falsa qualsiasi denominazione che a essa si richiami, sarà perdente ogni richiamo alla civiltà e alla scienza contrapposto alla barbarie delle plebi, sarà controproducente ridurre a uno, a identico, ciò che uno e identico non è, come la Lega e i 5 stelle, autoescludendosi dall’inevitabile dialettica politica futura.

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