Per secoli la Cina è stata una potenza continentale, ostinatamente agricola e con il suo centro politico ben radicato a nord. Almeno fatta eccezione per il trentennio tra il 1405 e il 1433, durante il quale la dinastia Ming finanziò sette spedizioni navali verso paesi remoti guidate dall’ammiraglio musulmano Zheng He. Da alcuni decenni riproposta all’attenzione popolare dagli storici, oggi l’immagine del condottiero dei mari ha raggiunto persino il Ningxia, la regione autonoma islamica a 1200 chilometri dal mare, dove Pechino sta costruendo un imponente centro di cultura dedicato alla minoranza Hui, l’etnia musulmana cinese nata dell’incontro tra la popolazione autoctona e i commercianti arabi in arrivo dal Medio Oriente. Trasformata in simbolico punto di incontro tra il corridoio terrestre e quello marittimo del progetto Nuova Via della Seta (Belt and Road), questa remota provincia della Repubblica popolare ci ricorda come quel breve interludio marino sia ora più che mai vivo nell’immaginario della Cina e della sua leadership.

Negli ultimi anni, la necessità di difendere i propri interessi economici e geopolitici nonché la propria sovranità ha spinto il gigante asiatico a ricalibrare la propria potenza di fuoco in favore della marina. E’ un processo cominciato nel 2000 e velocizzato dalla nomina di Xi Jinping a presidente, segretario del Partito comunista e capo della Commissione militare centrale, l’organo che sovrintendere alle forze armate cinesi.  Con lo scopo di sfoltire e ottimizzare le forze a disposizione, nel 2015 la più grande riforma militare degli ultimi decenni ha posto l’accento sulla necessità di ridurre l’esercito più numeroso al mondo – ma impigrito dalla prolungata assenza dal campo di battaglia –  di 300mila unità, fino a quota 2 milioni. Al medesimo obiettivo ha concorso un’agguerrita campagna anticorruzione tra i ranghi più alti, accompagnata da un rafforzamento della marina e delle forze missilistiche per troppo tempo trascurate a vantaggio delle forze terrestri. Secondo il rapporto presentato lo scorso ottobre durante il Diciannovesimo Congresso del Partito, questo dovrebbe bastare a rendere l’esercito cinese una “potenza moderna” entro il 2035 e una “forza di livello mondiale” allo scoccare del 2050.

Sottolineando le priorità in agenda, lo scorso aprile il presidente Xi ha sentenziato che “la necessità di costruire una marina potente non è mai stata così impellente come oggi”. I numeri sembrano confermare l’impegno. Soltanto negli ultimi dieci anni la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha costruito oltre 100 nuovi sottomarini e navi da guerra, più di quanto possiedano le flotte della maggior parte dei paesi del mondo. Domenica scorsa, la seconda portaerei cinese – la prima interamente Made in China – ha lasciato la città portuale di Dalian alla volta del Mar Giallo per la sua seconda e ultima navigazione di prova, appena due giorni dopo la messa in mare del cacciatorpediniere Type 055, il più potente della regione, destinato a scortare la nuova nave da guerra una volta operativa. Accidentalmente, all’inizio dell’estete, un’immagine catturata negli uffici della China Shipbuilding Industry Corporation ha confermato l’esistenza di una terza portaerei in costruzione in un cantiere di Shanghai dal 2017.

Con 11 portaerei in servizio, nemmeno Washington è in grado di tenere testa alle ambizioni marine di Pechino. Lo scorso anno il gigante asiatico ha superato gli Stati Uniti per numero di sottomarini e navi da guerra (317 contro 283) e per stessa ammissione del nuovo comandante del US Indo-Pacific Command, Philip Davidson, “la Cina è ora in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale in tutti gli scenari di una guerra con gli Stati Uniti”. Proprio quest’anno la seconda potenza mondiale ha istallato sulle isole Spratly missili da crociera antinave Yj-12B capaci di minacciare Filippine e Vietnam, due delle nazioni con cui la Cina ha in sospeso dispute territoriali.  Ennesimo potenziamento dei propri asset A2/AD (anti-accesso/area di diniego) – razzi, satelliti e radar – che dal 2015 vantano i “missili killer” DF-26 impossibili da intercettare e in grado di raggiungere la base americana di Guam, per stessa ammissione del Pentagono. Tanto che, per Davidson, ormai il gigante asiatico è un “competitor alla pari” se si considerano le capacità sviluppate per far fronte a una “guerra asimmetrica”.

Questo sembra complicare non poco la tutela degli interessi strategici americani nella regione e non solo. Con intenti che Washington ritiene provocatori, negli ultimi tempi le incursioni di Pechino intorno a Taiwan e alle isole nipponiche Ryukyu si sono fatte più frequenti, spingendo le mire cinesi in tratti di mare anche più remoti con scopi dichiaratamente autodifensivi, umanitari e logistici. Ne è esempio la base di Gibuti, nel Corno d’Africa, dove gli States hanno il loro unico avamposto militare permanente nel continente.

Sebbene molto dell’hardware in mani cinesi abbia origini sovietiche (vedi la prima portaerei Liaoning), negli ultimi anni – legalmente e illegalmente – Pechino ha assorbito e rielaborato tecnologia d’importazione grazie a un budget militare in continua crescita. Con 228 miliardi di dollari stanziati, la Cina è seconda soltanto agli States (610 miliardi), sebbene la percentuale destinata alla Difesa rispetto alla spesa pubblica complessiva sia progressivamente diminuita.

Secondo esperti citati dal New York Times, ormai non serve più che la marina cinese ottenga capacità belliche in grado realmente di sconfiggere gli States. Basta che il suo attivismo nel Pacifico renda un intervento americano troppo costoso per essere preso in considerazione.