Crolla il peso argentino, che tocca il suo minimo storico, costringendo la banca centrale ad alzare i tassi di interesse di 15 punti percentuali al 60%, il livello più alto al mondo. È crisi profonda per Buenos Aires e l’impegno del Fmi a rivedere la tempistica dei pagamenti previsti nell’ambito del piano di salvataggio da 50 miliardi di dollari non basta. E con l’apprezzamento del dollaro e l’inflazione che viaggia al ritmo del 35%, il governo ha anche problemi da risolvere sul piano sociale.

Quello dei tassi al 60% è un rialzo per cercare di fermare la discesa senza fine del peso, in calo del 15% al minimo di 40 per dollaro. La flessione mette sotto pressione tutte le valute dei mercati emergenti, che temono una forte ondata d’urto dal pericoloso mix Argentina-Turchia. La paura è che Buenos Aires e Ankara non riescano a riconquistare la fiducia degli investitori, trascinandosi dietro tutti gli emergenti. Al crollo del peso si accompagna il calo di oltre il 5% della lira turca sulla scia delle preoccupazioni sullo stato di salute dell’economia e dei mercati finanziari e, soprattutto, delle ricette economiche del presidente Recep Tayyip Erdogan.  L’effetto domino è immediato: il real brasiliano cala ai minimi, il rand sud africano perde oltre il 2%. Così anche le Borse europee restano deboli e virano in negativo, temendo un possibile contagio internazionale delle due crisi.

La crisi argentina è precipitata nelle ultime settimane, indebolendo e facendo perdere la fiducia nel presidente Mauricio Macri. L’ultimo colpo è arrivato dall’agenzia di rating Moody’s, che nei giorni scorsi ha rivisto al ribasso le stime di crescita del paese, la cui economia è prevista contrarsi quest’anno dell’1% rispetto a un +3% stimato in precedenza. La bocciatura ha aumentato le pressioni del mercato e contribuito a spingere Macri a chiedere al Fmi si accelerare i pagamenti nell’ambito del maggiore piano di salvataggio mai approvato dal Fondo.

Buenos Aires ha già ricevuto 15 dei 50 miliardi, e il mese prossimo dovrebbe riceverne altri 3. Christine Lagarde, il direttore generale del Fmi, ha assicurato che l’istituto valuterà la richiesta e lo farà in tempi brevi. L’obiettivo è evitare una crisi fuori controllo che peggiori ulteriormente la situazione in un Sud America già alle prese con la fuga dal Venezuela, travolga gli emergenti e faccia deragliare la ripresa mondiale. L’impegno di Lagarde a un esame rapido non ha calmato i timori del mercato, costringendo la banca centrale al gesto estremo di portare i tassi al 60% “in risposta della situazione sui tassi di cambio e del rischio di un’inflazione ancora maggiore”.