Il crollo del ponte Morandi a Genova è una catastrofe da terzo mondo, impensabile nella terza economia di Eurolandia o in una nazione che far parte del G7. Eppure è successo. Quei cadaveri seppelliti sotto le macerie di un ponte che doveva essere antisismico, ma guarda caso non lo era, che avrebbe dovuto essere ricostruito, ma non è stato fatto e così via, confermano ciò che da decenni ci rifiutiamo di sentire: che il nostro è un Paese corrotto, mal governato, impoverito da una classe dirigente che ne ha fagocitato la ricchezza, una nazione dove le diseguaglianze sono la regola e dove tutto, ma proprio tutto, anche la democrazia è in vendita per chi ha i soldi per acquistarla.

L’incipit della tragedia risale al 1992 quando politici e poteri forti iniziano a tessere la favola del benessere sullo sfondo dell’implosione della lira che non regge la banda di oscillazione dello Sme, e della minaccia della mafia che fa fuori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Stiamo calmi, è il messaggio che arriva dai vertici del potere, esiste una soluzione e si chiama euro. In altre parole la moneta unica viene venduta ai cittadini come il biglietto d’ingresso al club delle nazioni ricche del Nord Europa, come se bastasse quella monetina a rilanciare l’economia, sconfiggere la mafia e fare dell’Italia un Paese ricco e solido. Grazie al tam-tam della stampa e alla propaganda della casta questa certezza assurda, specialmente alla luce del fiasco del serpente monetario, si fa strada nel subconscio della maggior parte degli italiani e ci rimane fino alla crisi del debito sovrano degli anni 2011 -2012.

Vale la pena ricordare che l’Italia non fu l’unica nazione a essere travolta dallo Sme nel 1992, anche il Regno Unito fu costretto a uscirne con disastrose conseguenze monetarie. La risposta del Parlamento britannico, però, fu diametralmente opposta a quella italiana. John Major, l’allora primo ministro britannico, fece inserire nel Trattato di Maastricht la famosa opt-out clause, la clausola di non adesione all’euro, norma che ha poi usato per tenersi a una distanza di sicurezza da Eurolandia, condizione che ha permesso al Regno Unito nel 2016 di votare a favore della Brexit.

Nel febbraio 1992, il governo Andreotti firmava il Trattato di Maastricht e rinunciava alla sovranità monetaria nazionale che veniva trasferita alla Banca centrale europea grazie all’articolo 105. Che recita: “La Bce ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità, quelle emesse dalla Bce e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità. Gli Stati membri possono coniare monete metalliche, con l’approvazione delle Bce per quanto riguarda il volume del conio“.

Lo Stato si trova dunque in una posizione di subordinazione rispetto alla Bce, che è un’istituzione privata dato che i suoi soci sono banche e istituti di credito privati, le banche centrali dei vari Paesi d’Europa. Ma gli italiani questo non lo sanno, credono che la Bce sia una garanzia migliore della Banca d’Italia, che farne parte vuol dire essere una nazione ricca. Ma non è così.

All’inizio dell’estate del 1992 la tensione monetaria sul mercato dei cambi si acuisce e l’Italia viene presa d’assalto dagli speculatori, tra cui George Soros. Il governo ha le mani legate in termini di manovre monetarie a causa del Trattato di Maastricht. Una delle alternative è privatizzare ciò che rimane del patrimonio nazionale, vendere insomma i gioielli di famiglia tra cui la fitta rete autostradale, di cui il ponte Morandi fa parte.

La famiglia Benetton acquista così un bene pubblico fondamentale per il sistema dei trasporti nella penisola. Tutto ormai conoscono il resto della storia. Pochi però ricordano che nel 1992 le privatizzazioni non vennero presentate come uno dei costi di quella monetina europea, si pensò che fosse una manovra per migliore la gestione delle infrastrutture dello Stato, come se la famiglia Benetton fosse più brava a gestire la cosa pubblica degli eletti dagli italiani, quei morti precipitati dal ponte Morandi confermano che anche questa certezza era un’illusione.

Quasi nessuno conosce un altro aspetto di questa triste storia, che le privatizzazioni non funzionarono. La politica di dismissione delle imprese pubbliche non portò al miglioramento dei conti pubblici, in quanto le entrate non furono sufficienti a ridurre il debito pubblico complessivo, che aveva assunto dimensioni gigantesche. Nel 1994, per esempio, ammontava a 1.771.108 miliardi di lire mentre il gettito generato dalle privatizzazioni per il triennio 1993-1995 era stato di appena 27mila miliardi, meno insomma dell’1,5 per cento.

Chi ha pagato quel salatissimo conto presentato da Bruxelles sono stati gli italiani, i genitori, i nonni, i fratelli, le sorelle, gli amici e anche le vittime della tragedia genovese. Il governo Amato fu infatti costretto a varare una legge finanziaria da 100mila miliardi di lire che includeva l’aumento dell’età pensionabile e dell’anzianità contributiva, il blocco dei pensionamenti, una tassa patrimoniale sulle imprese, l’introduzione dei ticket sanitari, la tassa sul medico di famiglia, l’imposta comunale sugli immobili (Ici), il blocco degli stipendi e delle assunzioni nel pubblico impiego, fino al prelievo forzoso e immediato sui conti correnti bancari nottetempo. Un mese dopo la manovra, sulle macerie economiche dello Sme, la Camera ratificava il Trattato di Maastricht con 400 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti. Un accordo che vincolava gli Stati a rigorosissimi parametri di finanza pubblica, tra cui il tasso d’inflazione, il rapporto deficit-Pil, nonché l’adesione all’euro.

La verità è che oggi, a distanza di meno di 20 anni, piangiamo come tutte le nazioni del terzo mondo i nostri morti che sono doppiamente vittime, delle  privatizzazioni inutili – che hanno arricchito la solita casta – e degli enormi sacrifici economici causati dalla pessima gestione della cosa pubblica, che hanno impoverito la nazione.

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