Il dubbio sospeso tra i due monconi del Ponte Morandi rimanda a una delle domande più paradossali proposte da questo tempo: riuscirà la sinistra a salvare il capitalismo? Intendo la poca sinistra ancora capace di pensiero critico, più esattamente un’anti-destra che stenta a trovare una collocazione nella geografia politica. Se lo chiede per esempio l’economista Robert Reich, autore appunto di un saggio che s’intitola Come salvare il capitalismo (in Italia l’ha pubblicato Fazi, il documentario gemello è in onda su Netflix).

Ministro del Lavoro al tempo della prima amministrazione Clinton, non riconfermato nella seconda per difformità politica, amico di Bruno Trentin e di altra sinistra eretica, Reich è un liberale che si è guadagnato fama di “rosso” a motivo della sua critica del capitalismo reale statunitense. Lo descrive come un sistema anti-meritocratico, opaco, altamente corrotto, difensore arcigno del libero mercato però a patto che non sia effettivamente libero, insomma radicalmente diverso da quel che proclama di essere. Nel suo fulcro corporates e grandi banche etero-dirigono un segmento rilevantissimo di parlamentari, finanziandone la campagna elettorale, patrocinandone la carriera e accogliendoli come consulenti a fine mandato.

Rispetto a questo “capitalismo di relazione”, quello italiano è più pervasivo e, nei risultati, più disastroso. Ne raccontano tanto la generosa privatizzazione delle autostrade, con incredibili clausole segrete e indeterminatezza dei controlli, quanto in questi giorni anche la riluttanza dell’informazione a chiamare in causa Atlantia. Però il sistema è più diffuso e orizzontale di quanto dicano questi esempi, tanto che può riformularsi come una specie di patto sociale in tante aziende miste, dove la commistione tra pubblico e privato genera mostri: aziende mediocrissime però versate nello scambio dei favori sopravanzano concorrenti ben più meritevoli, il sottobosco politico si accorda lucrose carriere manageriali, funzionari addetti ai controlli inspiegabilmente si distraggono o si rivelano incapaci, moltitudini di dipendenti si concedono il diritto di subordinare alle proprie convenienze i servizi che andrebbero resi alla cittadinanza; e una generale omertà garantisce la pace sociale e gli interessi dei contraenti. Il risultato è che quei servizi hanno costi elevati e qualità pessima, il più delle volte a detrimento delle fasce più deboli della popolazione.

Può un sistema così diffuso essere sovvertito? Proprio il disastro di Genova offrirebbe l’occasione per cominciare a progettare un nuovo capitalismo, nel quale la relazione tra pubblico e privato sia sana, il mercato e non i favori decidano le fortune delle imprese e i tesori di professionalità imprigionati nello Stato vengano finalmente valorizzati. Ma chi può condurre una rivoluzione del genere? Certo non il Pd, per molti versi tuttora organico al capitalismo di relazione. Non la Lega: dal tempo del sodalizio con Berlusconi ha fatto proprie le regole del gioco. Restano i pentastellati, gli unici in apparenza ostili al mantra che vuole il privato sempre splendido, disponibili perfino a nazionalizzare. Ma trasferire a uno sgangherato settore pubblico competenze ora appannaggio di privati avidi e incapaci risolverebbe poco senza una radicale riforma dello Stato e una brutale ristrutturazione delle amministrazioni pubbliche; qualcosa che non è minimamente alla portata di un movimento che, trovasse pure il coraggio, manca di strumenti concettuali adeguati, avendo costruito la propria cultura politica orecchiando cose in internet.

Così probabilmente i soci di Atlantia pagheranno un prezzo ma il sistema non sarà messo seriamente in discussione. Non dal governo né dall’opposizione. E neppure dall’informazione: essendo parte costituente del capitalismo di relazione, i media maggiori tendono a ossequiarne i campioni (Romiti “grande manager”, cazzulleggiava in luglio il Corriere della sera) e a diffidare di quanti vi si oppongono, tanto più se appartenenti alla categoria dei malmostosi “rossi”. Eppure proprio questi ultimi – teorici come Reich, sindacalisti lucidi e onesti come Maurizio Landini, l’Italia del pensiero critico che trova scarsa rappresentanza in parlamento – potrebbero ancora salvare l’economia di mercato dalle consorterie che la stanno occupando, pezzo dopo pezzo, capillarmente, ma sempre nel santo nome della libera concorrenza, perbacco.

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