Siamo ancora tutti sotto l’impressione della tragedia di Genova ma, prima ancora di sapere esattamente cosa è successo e perché, è partita la caccia al colpevole. E’ normale: di fronte a un disastro immane e inaspettato, la prima reazione è sempre di cercare qualche responsabile da punire. Così, vediamo i ministri, assessori, opinionisti e notabili vari che si lanciano contro i tangentisti degli anni 60, la politica, la società autostrade, il capitalismo, il governo, i comitati per il no, e quant’altro.

E’ probabile che qualcuno abbia fatto degli errori, questo va accertato e quel qualcuno va punito. Ma il problema è più profondo e più difficile di quanto sembri, e non un problema che si possa risolvere dando la caccia agli untori di turno. Quello che è successo al ponte Morandi di Genova ci apre davanti un abisso, non solo quello creato della campata crollata, ma un abisso ben più preoccupante per il futuro. Tutta la stagione delle Grandi Opere degli anni 60 e 70 è a rischio. Era un epoca di grande innamoramento nel cemento armato, ma nessuno poteva sapere esattamente quanto a lungo le strutture che si costruivano sarebbero durate. Il ponte Morandi è durato poco più di 50 anni, sarà forse un esempio particolarmente disgraziato, ma se leggete i commenti degli ingegneri sul web vedete come sia forte la preoccupazione per tutta la nostra infrastruttura in cemento armato: viadotti, ponti, gallerie, edifici e tutto quanto.

Certo, tutte queste strutture possono resistere a lungo se sono oggetto di manutenzione appropriata. Ma il problema è che le grandi infrastrutture in cemento armato furono costruite in un periodo di rapida crescita economica. La crescita assicurava un surplus tale da potersi permettere queste e altre cose. Ma sono anni, ormai, che il paese decresce o, comunque, non cresce più in modo significativo. Allo stesso tempo, l’obsolescenza delle infrastrutture costruite nel passato costringe a investimenti sempre maggiori per la manutenzione.

E qui sta il grosso problema: si è detto che il ponte Morandi aveva raggiunto il punto in cui demolirlo e costruirne un altro sarebbe costato meno che continuare ad effettuare la manutenzione. Probabilmente questo non è ancora valido per tutto quello che è stato costruito negli anni 50 e 60, ma ci dobbiamo arrivare e probabilmente ci arriveremo prima di quanto non si pensi. E allora ci troveremo nella necessità per un’economia in declino di impegnarsi nella ricostruzione di quello che era stato costruito in un’economia in crescita. Forse non impossibile, ma non c’è più il surplus di una volta bisogna tirar fuori le risorse da qualche altro settore che ne avrebbe altrettanto bisogno: sanità, istruzione, previdenza, eccetera. Scelte dure, per non dire altro.

A questo punto, qualcuno dirà, “bisogna far ripartire la crescita” – slogan ormai assai logoro ma ancora popolare. Il problema è che siamo di fronte a una crisi strutturale di cui ci aveva allertati già nel 1972 lo studio “I Limiti dello Sviluppo.” Ve ne ricordate? Eh, si, si parlava appunto di allerte inascoltate!

E allora, che facciamo? Cerchiamo di tenere in piedi quello che abbiamo e evitiamo di impegnarci in imprese folli che ci metterebbero in guai ancora peggiori: vi rendete conto che solo pochi anni fa si parlava ancora del ponte sullo stretto di Messina come una cosa da farsi? E speriamo bene, perché la questione della manutenzione si pone in modo ancora più critico per certe strutture che sono altrettanto instabili e che richiedono una manutenzione prolungata, costante e costosa: mi riferisco alle centrali nucleari. Per fortuna, in Italia non ne abbiamo, ma fa impressione ricordare come fino a non tanti anni fa se ne parlava come di un obbiettivo importante e utile. Perlomeno su quelle, non abbiamo creato un debito che sarebbe spettato alle future generazioni pagare.

Lasciamo perdere le cacce alle streghe: stringiamo i denti e andiamo avanti.

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