Il digitale non è un’eccezione e non ha bisogno di azioni mirabolanti e commissariamenti straordinari, ma solo di buone idee e reali intenzioni. E ci vogliono azioni autorevoli in discontinuità rispetto al passato. Invece già si vocifera di un nuovo Commissario Straordinario per il digitale da insediare (questa volta con incarico non gratuito), quando ancora ci si chiede cosa sia riuscito a fare in due anni Diego Piacentini con il suo Team. Molto poco o quasi nulla in verità.

«Non mi sono insediato: qui non ci sono sedie». Credo che il futuro Commissario Straordinario in occasione del suo discorso di insediamento, il prossimo settembre, potrebbe fare sua questa frase pronunciata da Totò.

In effetti, il conto delle persone apparentemente alla guida della crescita digitale del Paese e in aiuto al ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, continua a crescere, ma i risultati reali di queste “occupazioni di poltrona” sembrano sfuggire a una logica proattiva.

Si sente brindare al “miracolo” economico del digitale, come ha avuto modo di asserire il vicepremier Luigi Di Maio nel corso della audizione alla Camera sulle strategie per Tlc e comunicazioni: “Nel Dopoguerra le basi per il miracolo economico furono gettate con le infrastrutture stradali e i cavidotti. Il prossimo miracolo economico dovrà basarsi sull’alta velocità digitale. Vogliamo investire tutte le risorse a nostra disposizione sulle tecnologie del domani: banda ultralarga, 5G, blockchain, Intelligenza artificiale, Quantum computing”. Tutto suona bellissimo. Eppure, nonostante lo sterile entusiasmo generato da narrazioni oniriche a cui ci aveva già tristemente abituati il governo Renzi, l’Italia vive ancora di politiche di innovazione basate su un’arcaica concezione del digitale, povera di strategie di lungo termine e ricca sia di clausole di invarianza finanziaria in ogni legge dedicata a questa materia e sia di alternative fantasiose per stimolarne la crescita. Una tra tutte appunto il commissariamento fideistico del nostro futuro.

Non possiamo non ricordare in proposito al ministro Bongiorno – sperando che ritrovi il bandolo di una matassa da più di trent’anni piuttosto confuso in materia di crescita digitale – che nel nostro sistema istituzionale il Parlamento ha il potere (almeno astrattamente) di “fare le leggi” e il governo quello di elaborare le strategie e soprattutto di governare, mentre su entrambi ricade il compito di operare negli interessi e dei cittadini e delle imprese. Non esisterebbero Commissari Straordinari in questa partizione astratta e gerarchicamente ordinata delle funzioni e delle attività del nostro Stato.

Anche lo stesso Garante della privacy, in una recente intervista, ha apertamente denunciato il lassismo governativo nei riguardi di una realtà profondamente diversa – come quella digitale – in cui poggiano i nostri piedi e che necessita di essere affrontata insieme con regole certe, strumenti accessibili e professionalità multidisciplinari. E infatti, nonostante gli attuali Commissariamenti straordinari, l’Italia digitale continua a restare bloccata e il bilancio tra le “cose fatte” e quelle “da fare” lascia l’amaro in bocca. Basti pensare all’ennesima “toppa” al Codice dell’amministrazione digitale, peraltro non seguita dalle regole tecniche che avrebbero dovuto supportare gli addetti ai lavori nello sviluppo di progetti concreti. Lato privacy da mesi si continua ad attendere un decreto di coordinamento tra il regolamento europeo in materia (679/2016) e il nostro Codice della protezione dei dati personali. Spid (il sistema pubblico di identità digitale fortemente voluto da Renzi) e Anpr (l’Anagrafe Unica di cui si discute da decenni) sono in una situazione di stagnazione permanente. E persino laddove il discorso digitale sembrava approdare ad un senso di compiutezza, come per la fattura elettronica, giungono incredibili proroghe.

Ecco perché sembra davvero surreale pensare di essere ancora una volta in attesa della nomina di un Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale (prevista all’indomani del 15 settembre, deadline del mandato Piacentini). In attesa di questo nuovo commissariamento, sarebbe forse il caso di insistere per strappare al ministro in carica la promessa di ribaltare la posizione del digitale, rendendolo il cuore strategico di una governance di matrice statale, ponendo fine ad un atteggiamento latente che continua a individuare nel digitale “una cosa a parte” in mano a pochi eletti che ne capiscono qualcosa.

A chi dunque affidare il compito di tracciare una strategia di lungo termine (che, si badi bene, è del tutto distante dalla logica confusa del Piano Triennale)? Abbiamo un’Agenzia (AgID) preposta a questo scopo che dovrebbe essere resa autorevole e magari collocata alle dirette dipendenze di un Premier consapevole, che sia un vero Chief Digital Officer di e per tutti i ministeri.

Facciamo questo e voltiamo pagina una volta per tutte.