Meglio tardi che mai. Ci sono voluti 80 anni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Un passo molto piccolo rispetto al significato generale che rappresenta e, per questo, un gesto ancora più importante. Con una cerimonia ufficiale, i rettori delle università italiane chiederanno formalmente e pubblicamente scusa alle comunità ebraiche (e a tutto il mondo) per le leggi razziali, per la solerzia con la quale a partire dal 1938 il mondo accademico italiano attuò le leggi che escludevano gli ebrei dalle università. Chiederanno scusa non solo per non essersi opposti alle infami espulsioni, ma per aver anzi perseguito una puntuale applicazione di quei vergognosi provvedimenti, che peraltro portarono – grazie alla cacciata di un numero equivalente di docenti ebraici – alla collocazione nei ruoli universitari di quasi 500 aspiranti docenti italiani, pronti a rimpiazzare quel circa 7% del personale universitario rimosso d’ufficio per le leggi discriminatorie. Un bel passo avanti, si diceva, perché l’assunzione di responsabilità è doverosa in un paese con un minimo di senso delle istituzioni. Ma il progresso è ancora maggiore, per il significato generale che tale simbolico gesto riveste.

È infatti la prima volta che con i fatti viene sconfessata la teoria, già appoggiata anche da Benedetto Croce, del fascismo come «parentesi» della storia italiana, un bell’artificio dialettico per suffragare le nostre solite pratiche gattopardesche, per sollevare nell’immediato dopoguerra gli italiani da ogni seria autocritica e responsabilità, per mantenere le stesse persone negli stessi ruoli di comando, prima e dopo il fascismo, e in sostanza per continuare a fare come se nulla fosse, ognuno i propri interessi. Con il risultato – a tutti evidente – che oggi a quasi 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, le premesse che generarono il fascismo non sono state ancora rimosse e gli italiani – in una perfetta finzione comica e tragica – continuano a dividersi in (apparenti) fascisti e antifascisti, privi di una storia certamente dolorosa, ma condivisa.

L’assunzione di responsabilità dei rettori quindi serve a prendere atto di alcuni fatti, ben noti agli storici, ma per nulla condivisi nella cultura del Paese. Ad esempio, che in Italia ci fu un «piccolo» (cioè quasi ininfluente) fascismo dei princìpi (ad esempio, Alberto De’ Stefani, Giuseppe Bottai), fatto da gente che ci credeva, alieno dalla violenza e per quanto possibile tollerante del diverso, gente che oltre ad agire in buona fede, non si arricchì, pur occupando posizioni di prestigio. Poi ci fu un «grande» fascismo, retorico e violento, fenomeno di maniera, creato, voluto e silenziosamente subito dalla stragrande maggioranza degli italiani – i soliti devoti di San Palinuro («protettore del mio futuro») – uomini e donne per tutte le stagioni, divenuti ricchi e potenti grazie al fascismo, gente nei posti che contano, prima, dopo e durante il Regime. Sull’altro lato della medaglia, ci fu invece un antifascismo serio e attivo in tempi non sospetti (i fratelli Rosselli, Nenni, Pertini e altri), anche se minoritario, che non affascinò mai gli italiani prima della certezza della fine del Regime, e che, anziché essere rigorosamente applicato nel dopoguerra, fu retoricamente e utilitaristicamente cavalcato e caricaturato, proprio da quegli stessi che, con dinamiche affatto simili, avevano portato il fascismo a diventare il mostro che per alcuni aspetti certamente fu.

A proposito di continuità tra fascismo e antifascismo e proprio in campo accademico, varrà forse la pena ricordare il caso di Alessandro Passerin d’Entrèves, eminente studioso del diritto naturale, di antica e nobile famiglia valdostana, il quale ottenuta la cattedra a Torino in seguito alla rimozione di Giuseppe Ottolenghi, fu tra i pochissimi nel dopoguerra a restituirla all’anziano studioso, in nome di un patto comune sottoscritto anni prima. Peccato che, proprio in forza di tale sua decisione, Passerin d’Entrèves venne lasciato per numerosi anni fuori dall’accademia italiana, potendo rientrare solo dopo anni di peregrinazioni all’estero, come se l’aver riconosciuto volontariamente l’illegittimità della sua nomina, non solo non fosse un merito, ma una colpa pericolosa che avrebbe potuto scatenare chissà quali altri disastrosi effetti, se fosse divenuta la prassi per i molti altri usurpatori, che per lunghi anni continuarono ad occupare al contrario le cattedre sottratte agli ebrei.

Sicché, la conseguenza implicita più evidente di tale saggia anche se tardiva decisione, è che molti altri farebbero bene ad affiancarsi – perlomeno per sensibilità istituzionale – all’atto di mea culpa dei responsabili delle università italiane. Infatti, disgraziatamente, per chi vuole conoscere le vicende della storia italiana tra il 1938 e il 1945, risulta chiaro che le leggi razziali non furono solo il prodotto di un potere legislativo deviato e uscito di senno, ma furono provvedimenti ed atti nei cui confronti la stragrande maggioranza degli italiani non fece nulla, e anzi cercò di trarne, proprio come fecero i docenti universitari, il massimo del vantaggio personale e professionale. Tutto questo non ci ricorda qualcosa di più recente?