Paul Bruce Dickinson, cantante sì degli Iron Maiden ma più in generale vera e propria icona del rock mondiale, rappresenta una di quelle figure difficili da racchiudere in poche istantanee: fossero anche 60, come gli anni che compie oggi. Autodidatta, totalmente estraneo a qualsivoglia tipo di indottrinamento, scoprì l’amore per la musica approcciandosi prima alla batteria e soprattutto grazie ai Beatles: la leggenda narra infatti che il primo brano con il quale si cimentò fosse il classico Let it be.

Tra le sue influenze, non meno, sceglie di citare: Arthur Brown, Peter Hammill (Van Der Graaf Generator), Ian Anderson (Jethro Tull), Ian Gillan (Deep Purple) e Freddie Mercury (Queen).  Da questi, tra l’altro, sembra aver preso anche il rispetto profondo per il pubblico: cosa che lo ha portate in quasi 40 anni di carriera ad annullare soli 25 spettacoli: “Se la mia voce è messa così male da non poter cantare senza medicine, allora vuol dire che non canterò”.

Giunto a riva, attraccò al molo Iron Maiden quando era già conosciuto nell’ambiente underground per essere il frontman dei Samson: “Questi ragazzi sono dei grandi professionisti, voglio lavorare con loro” disse una sera all’amico Mike Jordan dopo essersi esibito in apertura proprio alla Vergine di ferro. Il suo arrivo coincise con l’uscita, poco dopo, del classico The number of the beast (1982), il primo disco in sostituzione dell’ex Paul Di’Anno e tuttora il maggior successo commerciale del gruppo.

Nei 10 anni successivi, prima dell’abbandono (con successivo rientro), Dickinson contribuirà alla stesura di una serie di lavori la maggior parte dei quali imprescindibili, anticipando di parecchio l’epopea trionfale dello speed metal che di lì a breve avrebbe dominato la scena rock più hard: Peace Of Mind (1983), Powerslave (1984), Somewhere in time (1986), Seventh son of a seven son (1988) più i non troppo ispirati No prayer for the dying (1990) e Fear of the dark (1992).

Nel mezzo una carriera solista rispettabile (Accident of birth, The chemical wedding) ma che, nel complesso, presto spiega il ritorno a casa dei primi duemila: prevedibile ma al contempo per nulla scontato. Più in generale, Dickinson – tanto quanto gli Iron Maiden – rappresenta non solo un archetipo (per le sue qualità di frontman e performer) ma soprattutto una di quelle sicurezze viventi alla quale nessuno di noi vorrebbe mai rinunciare: il solo fatto che le nostre vite, di tanto in tanto, vengano scosse dall’uscita di un nuovo singolo o disco del già citato complesso giustifica, spesso, la mediocrità (anche musicale) cui le nostre esistenze spesso sono costrette ad assistere inermi.

E così, nonostante gli Iron Maiden abbiano perso le migliori ispirazioni dai tempi di quel Brave new world (2000) che ne evitò – per fortuna – la definitiva implosione, saperli in giro fa bene all’anima tanto quanto riascoltare la miriade di canzoni che hanno bussato (senza dover mai troppo insistere) alle nostre porte. Con loro, quel Bruce Dickinson laureato in Storia e pilota d’aerei oggi 60enne, sembra suonare a dire il vero un po’ fake: che un uomo così splendido abbia abitato il pianeta terra per oltre mezzo secolo suona quasi riduttivo, specie guardando a “quanto” e “come” lui e i suoi sodali abbiano sempre viaggiato in anticipo.