Dopo le fiabe elettorali di quel “cambiamento” che per ora stenta a trovare la concretezza che tutti auspicavano, l’atmosfera delle leggende e dei miti non trova sosta. In questi giorni si è tornati a parlare di troll e per gli animi più sognatori il pensiero è subito corso a quei dispettosi folletti che si narra vivano nelle foreste scandinave.

Tralasciando fantasie più o meno oniriche, ci si accorge che gli immaginari personaggi della tradizione nordeuropea non c’entrano nulla. Il termine “troll” che rimbomba in questi giorni è riferito – pur con tutte le analogie comportamentali di gratuito disturbo del prossimo o del regolare ordine della vita quotidiana – a figure fittizie che infestano la Rete e interferiscono nei processi di informazione e comunicazione.

Parliamo di quei moderni minotauri – metà macchine, metà esseri umani – che interagiscono online seminando messaggi provocatori o irritanti, tweet e post completamente estranei al contesto in cui vengono pubblicati, frasi senza senso capaci di innescare reazioni scomposte, notizie clamorosamente infondate che hanno però il dono di far indignare qualcuno che poi non resiste alla tentazione di rilanciare e diffondere.

I “personaggi” in questione sono i mercenari degli odierni conflitti politici, sociali, economici. Non si tratta di singoli utenti (ma nemmeno questi mancano) che hanno la missione di fomentare gli animi, ma di vere e proprie organizzazioni che sanno strutturare battaglioni o reggimenti di specialisti dell’information warfare da far scendere in campo a richiesta di una committenza sempre più esigente.

La creazione di profili fasulli corrispondenti a presunti influencer consente di scatenare veri e propri tsunami sui social network, andando a travolgere la serenità di quei contesti la cui primigenia finalità era quella di regalare spazi di serenità, di incontro gioviale, di discussione dai toni urbani, di confronto civile.

La cronaca ha ripetutamente comprovato – con dovizia di particolari – che il miglior mercato per chi offre servizi di questo genere è la politica e che il periodo di maggior fertilità è ovviamente quello delle consultazioni o dei momenti più critici di una azione di governo.

Mentre la sala macchine di questi bastimenti virtuali è subito stata localizzata nella Grande Madre Russia, la nostra eccessiva modestia ha portato molti a ritenere che la plancia di comando appartenesse ai colossi del globo e, quindi, il pensiero è sempre banalmente corso agli Stati Uniti.

Purtroppo non siamo secondi a nessuno e, a quanto pare, anche dalle nostre parti c’è chi non ha esitato ad armarsi di simili strumenti per muovere l’opinione pubblica in questa o quella direzione.

E così è toccato in sorte scoprire che tra i clienti di questi fornitori di zizzania digitale ci sono anche partiti e movimenti che si sono aggiudicati la recente tornata alla urne. Forse animati dal machiavellico refrain secondo il quale il fine giustifica i mezzi, gli esperti di comunicazione degli staff dei lider maximo oggi alla cloche del Paese hanno scelto questa via per guadagnare consenso, screditare i concorrenti, aizzare il proprio elettorato, suscitare emozioni contagiose anche se potenzialmente incontrollabili.

Quel che è accaduto, sta accadendo e certamente continuerà ad accadere non è certo condotta di cui andare orgogliosi, ma anzi è l’evidente segnale di una fragilità che viene sublimata dalle silenziose urla digitate in caratteri tutti maiuscoli sulle differenti piattaforme telematiche.

E’ l’euforia della calca sugli spalti gremiti di un moderno Colosseo. Le belve sono anche i bipedi che strepitano festanti nel veder fare a brandelli millenni di civiltà.

I problemi sono sostanzialmente due. Uno riguarda l’elite (è un eufemismo, non temete) che trascina il popolino, l’altro è di esclusiva pertinenza della folla inebetita dal suadente suono prodotto da questo o quel pifferaio di Hamelin.

Il Paese sprofonda e l’unica preoccupazione pare essere il trovare un nuovo pretesto per azzuffarsi: “odium et circenses” potrebbe essere il leitmotiv di queste afose giornate di calura estiva.

Se è pressoché impossibile convincere a cambiare rotta chi deve successo e popolarità a simili strategie, forse è auspicabile un piano di prevenzione sociale che poggi su educazione e cultura.

Purtroppo un intervento su questo fronte si arena immediatamente perché chi dovrebbe promuoverlo è lo stesso che ne teme le conseguenze. Una reale alfabetizzazione di chi si avvale in modo spontaneo e spesso inconsapevole di Internet potrebbe essere il primo passo. Un’opera costante di sensibilizzazione sarebbe poi in grado di mantenere efficaci gli anticorpi sviluppati nella fase di avvio. Se la variegata umanità dei social maturasse maggior coscienza, le fake news si andrebbero ad arenare in una risata, certe esortazioni a reagire in modo scomposto alle sollecitazioni più becere cadrebbero nel nulla, i troll si troverebbero disoccupati ma confortati da un possibile reddito di cittadinanza virtuale.

Ma se così fosse, probabilmente si fermerebbe una giostra da cui nessuno vuole scendere.

Un po’ tutti, non solo le casalinghe disperate di televisiva memoria, dovrebbero scoprire che l’unico “folletto” cui dar credito è quello per pulire casa.

@Umberto_Rapetto

In evidenza, una bambola Troll raffigurante Donald Trump realizzata da Chuck Williams