Faida a Milano. Sangue criminale. La velocità che batte tempi metallici. Agire, calcolare ma non abbastanza. Colpire, scappare. Vivere da latitanti. Armi per attaccare, auto in fila a due a due per far fronte alle ritorsioni. Poi, droga e piazze. Periferie e affari. Zero politica, nessun acuto mediatico. Perché qui si spara e i morti rischiano di cadere. Anche innocenti. A Milano è già avvenuto. Più volte. I clan non fanno attenzione.

Rocco Ambrosino, intercettato, parla chiaro e glorifica se stesso come un gomorra qualsiasi, mica un boss. Dopo il suo blitz, otto incappucciati, fucili a pompa, pistole e flessibili per spezzare dita. “Niente, che deve succedere? I coglioni ammo’ a me non m’ammazza manco il diavolo (…) C’ho i coglioni d’acciaio adesso (…) Tutti ragione mo mi danno eh…e come mai? Eh? Massimo è un agnellino non va più neanche in carrozzeria”. Rocco ha vinto, Massimo ha perso. Ma il mondo criminale è liquido, può cambiare.

In questa storia non cambierà. I carabinieri spezzano la dinamica. Nove arresti martedì all’alba: sei italiani, un keniota, un rumeno e un peruviano. Niente case da perquisire, ma alberghi. Cambiati dai ras uno dopo l’altro, perché vivere da latitanti è la cosa migliore. La Procura così chiude il cerchio dopo l’agguato alla carrozzeria Ambrocar. Via Boito, Novate Milanese, periferia a cancrena. E’ il 12 marzo scorso, da poco passate le undici del mattino. Gli otto di Rocco arrivano, quattro auto, incappucciati, tre armati, pistole, il pompa e un flessibile per tagliare le mani. Massimiliano Toscano è l’obiettivo. Ora è lui il capo della carrozzeria, prima era Ambrosino, che dopo il blitz dirà: “Ho preso quello che è mio! Si adesso tutto a posto”.

Chi lavora nella carrozzeria viene messo da parte, legato, zittito, sequestrato, perché tale sarà una delle accuse per i dieci. Poi rapina a mano armata, lesioni personali e porto abusivo di armi. Droga e debiti a far da volano. Ambrosino che deve pagare e non poco per la droga. Massimiliano Toscano, precedenti anche lui, prima socio e amico, ora da abbattere perché creditore ingombrante. Lui è l’obiettivo all’Ambrocar, lui esperto di Thai box, che soccomberà, spezzato, anche se redivivo scamperà al sequestro finale. Suo padre, dopo l’aggressione proverà a capire, ma l’omertà è protagonista di questa storia milanese. “Ma chi è che t’ha picchiato in bocca il ciccione?”, chiede il padre. Risponde il figlio: “Lascia stare! Ci sentiamo ok? Ciao”.

Torniamo a prima. A quando Ambrosino lascia Milano e ripara in Puglia. Per il debito, per paura? Ritornerà in città poco prima del blitz. Ha ricevuto rassicurazioni in merito? Per i carabinieri una cosa è chiara: “L’azione è verosimile sia stata avallata dalla compagine ‘ndranghetista Flachi e da quella di Cosa nostra Fidanzati”. Aiuta, va da sé, il “contesto territoriale”. Quello della Comasina, già regno di Renato Vallanzasca. Quello dell’Ambrocar, luogo di amicizia e affari per il gotha del crimine milanese. Dai rampolli del boss Pepè Flachi al nipote di don Tanino Fidanzati, defunto boss di Cosa nostra, Palermo quartiere dell’Arenella.

Non mancano i vip, figuriamoci. Tra loro, non indagato non coinvolto nella faida, Francesco Terlizzi detto Francone, ormai eroe nazionale sulla spiaggia dell’Isola dei famosi, ma, scrivono ancora i carabinieri, “personaggio legato a diversi membri del clan Flachi, ma anche a Paolo Martino, referente in Lombardia della cosca De Stefano”. Terlizzi conoscente, diciamo così, di Ambrosino, ma anche di Davide Flachi, figlio carcerato di don Pepè.

Dunque il blitz. Poi le guapperie, poi la paura. Perché la faida chiama sangue. L’indagine dei carabinieri è stata chiamata Sangue blu, come il personaggio della terza serie di Gomorra, come il nome del gruppo WhatsApp con cui gli arrestati comunicavano i timori delle ritorsioni. Ad Ambrosino “ignoti” lasciano proiettili sulle auto, bruciano le macchine dei genitori. Un suo socio, presente al blitz, al secolo Raffale Michelangelo Lo Bue, “inteso Miki”, sarà gambizzato a Quarto Oggiaro, fuori dal garage. Lui “il ciccione” di cui parla il padre di Toscano. Ecco allora la vita negli alberghi, i cellulari fantasmi, le auto “civetta per timore di subire attentati e per essere pronti a una reazione e fuga”.

Ieri gli arresti. Scrive il gip in 56 pagine di ordinanza: “Gli indagati hanno dimostrato di essere inseriti in un consesso criminale capace di progettare e realizzare gravi reati di matrice violenta”. Il morto era a un passo. La città ringrazia carabinieri e magistrati. Ma il crimine non muore. E la storia ora ricomincia. Non più dall’Ambrocar di via Boito, ma dal vicolo Vialba e da via Puecher 9, nuovo indirizzo, nuova carrozzeria, nuovo ufficio della malavita milanese.