Qualche mese fa ho dedicato un post all’informazione evidenziandone l’oscura capacità di illuminare porzioni discrete di realtà, spingendoci, come farfalle nella luce, a danzare attorno a un tema salvo poi dissolverlo nel nulla in favore del successivo. I mezzi d’informazione sono attualmente sincronizzati sulla rappresentazione della tragedia dei migranti, cui fanno da corollario i contrapposti monologhi di chi ne chiede l’accoglienza e chi non vuole più saperne. Al di là di come la si pensi a riguardo – questione che esula totalmente dagli interessi di questo mio intervento – restano in piedi alcuni interrogativi di un certo interesse.

1. In quali termini parliamo d’immigrazione? Tra quali discorsi preconfezionati ci inducono a scegliere i media nel decidere da che parte stare? Si tende a proporre il tema dell’immigrazione come un fenomeno nuovo o giunto al suo apice proprio in questa particolare contingenza storica. È così? Se si guarda ai fenomeni migratori, numerosi e ben più massicci della storia anche recente dell’uomo, la risposta è no.

L’Europa stessa, ad esempio, è un coacervo di gruppi ed etnie diversissime che si sono mischiate per secoli. Non si tratta di aggirare la questione ricorrendo a un relativismo a buon mercato, ma di porre un problema serissimo in termini meno deliranti. Quando si parla di invasioni, non ha alcun senso farlo in termini di razza (vedi i testi di Luigi Cavalli-Sforza) bisognerebbe semmai porre il tema dell’accoglienza condivisa e dell’integrazione da un punto di vista culturale, ovvero considerando senza ipocrisia le eventuali incompatibilità tra culture e religioni che potrebbero anche rivelarsi antitetiche.

L’idea di trattare inoltre ogni problema come un qualcosa che possa essere definitivamente risolto, è lo specchio della megalomania di noi occidentali (del nostro smarrimento del senso della misura) nonché dell’assoluta mediocrità dei personaggi a cui abbiamo affidato la gestione politica di tematiche culturali così complesse.

2. Perché i media mettono l’immigrazione al primo posto della agenda settingLinkiesta (articolo di Marco Sarti) ci ricorda che negli ultimi quindici anni, oltre 30mila migranti sono morti nel Mediterraneo. Un numero scandalosamente alto! Tuttavia l’ultimo bollettino di Save the Cildren, riporta che ogni giorno 8mila bambini muoiono di fame (circa 43milioni 800mila in 15 anni). L’Asaps ci informa che ogni anno perdono la vita circa 1milione 250.000 automobilisti nel mondo (circa 18milioni 750mila in 15 anni). L’Oms testimonia che ogni anno oltre 800 mila persone si suicidano nel mondo (circa 12milioni in 15 anni). Potrei continuare, ma credo che il concetto sia chiaro. Cosa manca a questi eventi, per essere mediaticamente appetibili e degni della nostra compassione?

Siamo tutti disposti a commuoverci di fronte alla foto di un bambino morto sulla spiaggia, ma se in quello stesso momento qualcuno ci dice che di bambini ne muoiono 8mila ogni giorno, allora il dato ci irrita. Ci si può commuovere certo, ma senza esagerare, anche perché poi occorre tornare alla propria routine di occidentali senza eccessivi sensi di colpa. Sarà pur vero che la nostra psiche tende a ritrarsi nell’indifferenza quando è posta difronte al troppo grande (cfr. Günther Anders) così com’è vero che numeri, grafici e statistiche non ci scaldano. Ma sono convinto che ci sia dell’altro.

Alle tragedie citate, che pure nei numeri surclassano le statistiche dei morti nel Mediterraneo, manca il fattore divisivo. Chi non vorrebbe infatti che tutti i bambini del mondo potessero mangiare? Chi non vorrebbe che la gente morta in incidenti stradali o per suicidio, non potesse continuare a vivere? Tutti ed è questo il punto. Queste vicende, per quanto tragiche, non tirano in ballo valori contrastanti in grado di polarizzare l’opinione pubblica a difesa delle radici, della terra e della patria, piuttosto che della vita, della libertà o della speranza. Insomma, ci sono tragedie che dividono, scaldano e quindi vendono e altre che, mettendo tutti d’accordo, sono mediaticamente inutili.

Nonostante questa differenza, c’è però qualcosa che accomuna la tragedia dell’immigrazione con le altre citate. A ben pensarci, è molto comodo essere solidali con problemi che non spostano nulla nella nostra vita e che non hanno alcun effetto di realtà sull’esistenza quotidiana. Siamo proprio certi che saremmo altrettanto solidali con i bambini poveri del mondo, se per farli mangiare tutti dovessimo razionare il nostro cibo? Quanti sono disposti a smettere di usare tutto ciò che monta le batterie per le quali i ragazzini vengono sfruttati dalle multinazionali nelle miniere di litio? Anche qui, la lista sarebbe lunga. Questa follia per cui ciò che si dice, è ormai totalmente scollegato da ciò che si fa, sta assumendo proporzioni preoccupanti. Un atteggiamento di totale scissione tra il dire e il fare, che è ben riscontrabile anche in molti degli atteggiamenti assunti dai principali condottieri delle opposte fazioni che si fronteggiano sul tema dei migranti.

Da un lato ci imbattiamo nella retorica dell’aiuto a casa loro. Ma si può aiutare qualcuno, conservando inalterato il proprio stile di vita, che è la causa stessa della povertà di quello che si intenderebbe aiutare? Nessuno vuole ridurre spontaneamente il proprio agio, tant’è che il desiderio di non accogliere è esattamente il frutto della volontà di non dividere con altri, ciò che si ha. La scena di 2001: Odissea nello Spazio in cui dei primati si litigano uno specchio d’acqua a bastonate, dovrebbe farci riflettere seriamente. Le esigenze delle scimmie di Stanley Kubrick, non sono in fondo così diverse dalle nostre.

Dall’altro assistiamo ai sermoni di intellettuali e scrittori che, ergendosi a santoni dell’accoglienza incondizionata, ci ricordano, dall’alto della loro saggezza e perché no, dei loro attici, la sacralità della vita, il valore dell’accettazione e la retorica della bellezza dello scambio culturale. Queste persone non sono affatto d’aiuto alla causa dei migranti, né ciò che dicono è minimamente utile a formare nell’opinione pubblica una maggiore disposizione psicologica all’accoglienza.

Gli effetti urticanti di questi guru li abbiamo ammirati in tutto il loro splendore proprio in occasione delle ultime elezioni politiche. Per fare certi discorsi bisogna esserne all’altezza, altrimenti è meglio godersi la vita e tacere dignitosamente. José Mujica poteva parlare di povertà e vita semplice. Lui era credibile perché aveva scelto di vivere in una casa modestissima, rinunciando alla ricchezza e girando su una vecchia Volkswagen. Mi viene in mente la bella frase che Rachel dice a Bruce in Batman Begins di Christopher Nolan: “Non è tanto chi sei, ma quello che fai che ti qualifica”.

Vorrei ricordare infine, che la situazione attuale è la seguente: noi occidentali (20% della popolazione mondiale) consumiamo l’80% delle risorse globali. La popolazione della Terra non è mai stata così numerosa e l’Onu, ci ricorda che nel 2100 ci saranno circa 11,2 miliardi di persone sulla Terra. Gli spazi della natura e le risorse si riducono sempre più e questo solo per citare le problematiche più eclatanti. In tutto il mondo, ci affidiamo ad una classe dirigente composta quasi esclusivamente da persone mediocri, ignoranti e prive di alcuna visione progettuale (anche a medio termine). Individui che con le proprie scelte (in buona o cattiva fede) causano ogni giorno più morti e disastri di quanti ne causassero le grandi guerre, le carestie e le epidemie. Su questa via ben presto, molti romanzi di fantascienza frettolosamente derubricati a libri di fantasia (sempre dai grandi intellettuali) non ci sembreranno più così naïf.

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