L’aggravante dell’odio etnico ha retto e la Corte d’appello di Torino ha confermato la condanna per il rogo all’accampamento di rom nell’area della Continassa, dato alle fiamme la sera di sabato 10 dicembre 2011 al termine di un corteo organizzato dopo la notizia (falsa) dello stupro di una ragazzina di 15 anni da parte di due nomadi.

Le pene più alte sono andate a Luca Oliva e a Guido Di Vito, 66enne abitante delle Vallette, alla periferia di Torino. Entrambi sono stati condannati a 4 anni (in primo grado erano sopra i 6) per il reato di incendio doloso aggravato dai motivi etnici, ma Oliva è stato anche condannato anche per aver bloccato, insieme ad altri, l’intervento dei vigili del fuoco. “Sono amico degli zingari – ha detto Di Vito durante il processo – Mi chiamano zio Guido. Da quando ho 9 anni abito alle Vallette e ho visto tutte le generazioni”. Sono state ridotte anche le condanne di Raffaele Giordano (da 3 anni e 6 mesi a 3 anni) e Davide Moscatiello (due anni), accusati di istigazione all’odio razziale e di sottrazione di apparecchi a pubblica difesa dagli infortuni. “Il mio cliente è innocente e ricorreremo in Cassazione – annuncia l’avvocato di Moscatiello, Salvo Lo Greco -. Quel giorno era stato contattato da un agente della Digos per dirgli che la notizia dello stupro era un’invenzione della ragazza e lui si è dato da fare per fermare i manifestanti”.

Soltanto uno degli attuali imputati, Rocco Facchino, è stato assolto. Era accusato insieme a Moscatiello e Giordano (tutti e tre ex appartanenti al gruppo di ultras juventini Bravi ragazzi) di aver incitato i partecipanti alla manifestazione a entrare nell’area al grido di “Bruciamoli tutti”, ma per la corte non ha commesso il fatto.

Tutto era nato dalla denuncia di una ragazzina del quartiere che, per coprire il suo primo rapporto sessuale alla famiglia dai modi conservatori, aveva raccontato al fratello di essere stata violentata da due rom del campo nomadi della Continassa, area su cui ora sorge un grosso complesso della Juventus e a due passi dallo Stadium. I carabinieri della compagnia Oltre Dora avevano cominciato a indagare nutrendo dei sospetti sul racconto. E infatti il pomeriggio di sabato la ragazzina era crollata e aveva confessato la sua calunnia. Questo, però, non bastò a fermare la manifestazione organizzata dagli abitanti del quartiere: “Ripuliamo la Continassa”, era lo slogan sui manifesti e sui volantini diffusi in quei giorni.

Al loro corteo si aggiunse, ad un certo punto, un gruppo di ultras dei Bravi ragazzi (poi disciolto) che deviò la direzione della marcia verso il campo nomadi, nel frattempo abbandonato dagli abitanti. “Forti della latenza delle forze dell’ordine, presenti in numero risibile – era scritto nelle motivazioni di primo grado -, alcuni riuscirono ad entrare nella Continassa e iniziarono a devastare ed incendiare casupole, baracche, roulotte, mentre chi era rimasto fuori urlava frasi di incitamento mescolate ad insulti razzisti”. Uno dei carabinieri della compagnia, dopo aver saputo dai suoi colleghi che la ragazzina aveva confessato la sua menzogna, cercò di bloccare i manifestanti. Arrivò anche il fratello della ragazza per fermare la rabbia, ma le fiamme erano ormai innescate. Secondo il tribunale di Torino quei fatti, definiti “atti di disumana violenza“, sono stati “il tragico frutto di quell’atavico e mai sopito odio etnico nei confronti degli ‘zingari’”.