“Guardando la faccia di Cesare Previti sarei indotto a ritenere la fisiognomica una scienza esatta!” motteggiava Paolo Sylos Labini, grande economista e uomo “vertical” (oltre che uno dei miei rari maestri).

Forte di questo insegnamento sull’importanza decisiva del linguaggio corporale e della mimica, azzardo a dire che le rispettive espressioni dei nostri due vice premier non promettono niente di buono; nell’abituale e mai notata assenza del premier – re Travicello Giovanni Conte – disperso tra Pietrelcina (dove spera di ottenere la grazia di un’intercessione miracolosa del santo frate per uscire dalla sua condizione fantasmatica) e qualche corridoio di Bruxelles, dove si era smarrito e nessuno è andato a cercarlo.

Tutto sembra giocarsi nel cerchio magico che si è creato tra l’aria torva di Matteo Salvini e quella giuliva di Luigi Di Maio. E dei rispettivi ruoli in commedia.

Una sceneggiatura non propriamente fantasy, destinata a prevedere la fine anticipata della singolare legislatura in corso non più tardi dei primi mesi dell’anno prossimo.

In effetti la maschera sempre più trucida del “Capitano” leghista sta a significare che la campagna elettorale promossa dai piani alti del palazzo del Viminale non è destinata ad arrestarsi; almeno fino a quando non si passerà all’incasso della vasta mole di nuovi consensi, intercettati con l’uso sfrenato, più che disinvolto, della demagogia terroristica e bullesca. Ossia verrà registrato formalmente in una nuova tornata elettorale l’avvenuto superamento in percentuale del partner grillino in chiaro arretramento, con il probabile raddoppio delle proprie rappresentanze parlamentari.

Di converso il leader pentastellare pro tempore deve assecondare Salvini in ognuna delle sue mattane per non regalargli pretesti che accelerino il passaggio a una conta che potrebbe significare la fine dei sogni di gloria del Giggino, rispedito a fare da steward nello stadio partenopeo San Paolo (o magari nel “nuovo Olimpico”, se prima non viene interdetta l’intera giunta capitolina).

Nonostante tutte queste condiscendenze, l’espressione del socio ormai minoritario resta sempre quella di un pokerista alle prime armi. Tanto da indurre a pensare che lui stesso si renda conto che il caterpillar salviniano non si arresta. Anche perché è il meglio posizionato in una campagna elettorale in cui lo scontro sarà tra sovranisti ed europeisti. Con il piccolo particolare che di attori politici schierati alla Macron (che puntino tutto sul richiamo propagandistico del remind contro l’exit dall’Unione) non se ne vede traccia. A meno di non considerare alla stregua di figther pesi minimi tipo Emma Bonino e Carlo Calenda, mentre il Pd continua a interrogarsi sul che cosa non ha funzionato nell’assegnare il bastone del comando a un Tony Blair improvvisato, molesto e con vent’anni di ritardo. Alla faccia del glamour!

Sicché tutto congiura a favore di Salvini: l’ambiguità dei Cinquestelle per quanto riguarda gli scenari europei li azzoppa all’istante come antagonisti della Lega su questo fronte. Come si diceva ben miseramente presidiato da PD e cespugli vari.

A quanto pare intenderebbe farsi avanti Silvio Berlusconi, nell’ennesima metamorfosi di neo Padre della Patria Europa, solo perché qualcuno della sua residua corte dei miracoli gli ha assicurato che l’opzione comunitaria può assicurare a una rinata Forza Italia un 16-17% di voti. Anche grazie all’irresistibile (?) discesa in campo del milite ignoto Antonio Tajani.

Per questo, dietro la maschera torva, Salvini se la ride alla grande, prendendosi pure la libertà di sfotterci con la retorica “lo dico da papà”, mentre annuncia le più orride pulizie etniche.