In linea con una consolidata tradizione il governo ha azzerato la struttura di missione #Italiasicura, una gloria del governo precedente. Senza spiegazioni, se non burocratiche. Italiasicura era certamente uno slogan azzardato, così come la curiale trovata della “struttura di missione”, ma i missionari hanno svolto, come minimo, almeno un compito lodevole: informare in modo trasparente la comunità, per la prima volta in 150 anni. Finalmente si sapeva quanti soldi venivano stanziati, che tipo di intervento veniva condotto, quanti cantieri erano aperti. E non si capisce se e come la novità avrà un seguito, giacché la moltitudine dei soggetti attuatori – presenti a tutte le scale della pubblica amministrazione – è assai gelosa dei propri segreti. Domani è un altro giorno, si vedrà?

La tradizione è quella che racconto in un capitolo del saggio Bombe d’acqua sulle alluvioni d’Italia, dall’unità ai nostri giorni – il secondo, intitolato La nazione dei trovatori. Dal 1870 la sindrome del Trovatore − bello e di casta fede – orienta la questione idrogeologica del paese, dove sono a rischio idraulico il 15% delle scuole e il 21% dei beni culturali; e più del 4% delle prime e quasi il 7% dei secondi sono ad alta pericolosità. Iniziò Garibaldi, fissatosi a voler deviare il Tevere dopo il castigo di Dio: l’alluvione romana del dicembre 1870 fu la più severa del secondo millennio. Convinti di poter risolvere il problema una volta per tutte, i trovatori si sono successivamente vestiti alla moda del tempo, prima con i muraglioni, poi gli scolmatori, le dighe, la forestazione, il tiro a segno contro le nuvole, la deforestazione, l’ingegneria naturalistica, le casse di espansione…

Raramente è accaduto che il paese si sia affidato alle teste migliori per tentare una svolta razionale. Accadde dopo le tremende alluvioni padane del 1882, con la Commissione Brioschi. Essa riuniva i maggiori scienziati dell’epoca e, con le sue direttive, ha mitigato concretamente la frequente inondabilità che aveva martoriato la bassa padana per tutto il ‘700 e l’800, rendendo meno drammatico anche l’evento del 1951. Accadde di nuovo tra il 1966 e il 1970, quando la Commissione De Marchi spiegò come affrontare in modo efficace la questione idrogeologica italiana con un impegno costante, spalmato su un orizzonte trentennale. Peccato che, finora, non sia stato dato il calcio d’inizio. De Marchi e Brioschi erano entrambi miei colleghi del Politecnico di Milano, ma non mi si accusi di partigianeria: in entrambe le commissioni erano presenti i migliori studiosi dell’epoca. Per il resto, si è quasi sempre provveduto a smontare e rimontare il giocattolo, affidato a nani devoti e intriganti ballerine con il compito – attraverso qualche nuova trovata – di lisciare il pelo dell’opinione pubblica in ansia dopo qualche disastro, cioè assai spesso.

Possiamo attenderci un nuovo confronto tra miracoli hard e prodigi soft – che alle persone in età come me sa tanto di amarcord? I muratori innamorati della ruspa e della cazzuola, maestri del cemento a prima vista, si schiereranno contro i cultori di un archetipo del tutto ideale, fatto di nuotate nelle chiare, fresche et dolci acque dei fiumi, di galli cedroni che becchettano garbatamente il dorso dei cinghiali, di montagne incantate lambite dal bosco Atro, di contadini zelanti che cantano all’aratro trainato dal pio bove e, cantando, presidiano il territorio? Con la tecnica del Facite ammuina, un risultato comunque si potrà ottenere: non privare i trovatori della prossima generazione dell’estasi di cimentarsi a loro volta.

Rimane tuttora ostico il concetto di rischio accettabile, la cui valutazione dipende da molti fattori: livello culturale e organizzazione sociale, psicologia individuale e collettiva, reddito e ricchezza, compresa la loro distribuzione. L’uomo può fare fronte al rischio alluvionale soltanto mitigandone l’impatto sul territorio e salvaguardando la vita umana, che, per la cultura europea, non è monetizzabile. E la misura più efficace di salvaguardia della vita umana è la protezione civile, nelle sue fasi di prevenzione, soprattutto, e quindi di emergenza. Per difendere la propria terra e le proprie città dalle alluvioni, invece, l’uomo ha bisogno di un adeguato e armonico impegno fatto di delocalizzazione, opere idrauliche, sistemazioni montane e misure di flood proofing, adattando anche l’urbanizzazione e, più in generale, l’uso del territorio all’evidenza di questo rischio. Si chiama, ancora e sempre, resilienza.