Un partito che non decide e rimane in balia di Matteo Renzi. Il leader che ha perso tutto e che un giorno sì e un altro pure fa sapere che potrebbe anche andarsene. Il Partito democratico esce dall’Assemblea nazionale come ne era entrato: in preda alla confusione. A onor di cronaca un nuovo segretario è stato eletto e si chiama Maurizio Martina. Ovvero lo stesso che c’era in carica fino a ieri, quello che dopo il voto era stato indicato come “il reggente” per gestire le trattative con i 5 stelle e quello che venne sconfessato in diretta tv da Renzi in persona. Sarà ancora lui a dover tenere in vita il gruppo per lunghe settimane, cercando di arrivare alle primarie di febbraio (sempre che la data sia confermata) con un progetto consistente e una struttura in grado di affrontare la consultazione con la base. A quel punto le elezioni Europee saranno distanti solo due mesi e il rischio di arrivarci ammaccati è tutt’altro che improbabile. Intorno regna il silenzio: per tutta la giornata sul palco dell’hotel Ergife a Roma si sono alternati esponenti di quella che fino a ieri era minoranza, ma anche molti militanti che chiedono di essere finalmente ascoltati. Chi non parla, e si nota più di tutti, sono i big. Quelli più o meno renziani che annusano l’aria cercando di capire come riposizionarsi. Tacciono Ettore Rosato, Andrea Marcucci, Paolo Gentiloni. Ma pure Marco Minniti e Maria Elena Boschi. Non pervenuta neppure Teresa Bellanova, una che interviene sempre in assemblea, e che addirittura potrebbe entrare nella segreteria di Martina. Fa una comparsa sul palco solo Graziano Delrio, che in tanti nei giorni scorsi avevano dato per potenziale segretario, ma è solo per soccorrere una delegata colpita da un malore per il caldo. Quel che è sicuro al termine della lunga giornata di interventi è la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria. E intorno a lui, pur di non perdere il carro, potrebbero raggrupparsi in tanti.

Video di Manolo Lanaro

Superare la fase Renzi partendo da Renzi: le 10 ragioni della sconfitta e l’attacco alla minoranza
Se dall’ex segretario ci si aspettava un mea culpa generale, ci si è dovuti ricredere in fretta. Intanto la prima sorpresa è stata quella di vederlo salire sul palco dell’Ergife e aprire i lavori di un’assemblea che doveva andare oltre di lui. Superare la fase Renzi partendo da Renzi suona abbastanza contraddittorio. L’ex premier, che ha preso la scena prima ancora di Martina. Ha iniziato elencando le 10 ragioni della sconfitta secondo lui: il non aver votato i vitalizi e lo Ius soli, ma anche il non essere stati abbastanza sui social. Quindi ha assicurato che non se ne va: “Noi l’egemonia l’abbiamo avuta per tre o quattro anni. L’abbiamo persa e l’atto delle dimissioni ha questo significato”. Ma a chi applaude come a sottolineare le sue responsabilità, ha ribattuto: “Abbassiamo tutti i toni delle tifoserie. So che non sono l’unico responsabile ma in politica si fa così: paga uno per tutti”. Si è poi rivolto alla minoranza che lo ha contestato durante il suo mandato: “Chi in questi ultimi 4 anni anziché dare una mano al progetto ha cercato di demolire il Pd ha distrutto non il Pd ma l’alternativa al populismo. Hanno picchiato contro l’argine del sistema, sul web e con divisioni assurde che hanno fatto il male del Pd. Perché non hai fatto una cosa tua dopo le primarie del 2014 o dopo il voto? Perché io credo e contino a credere che sia il Pd l’argine al populismo, non sono andato via quando conveniva e non vado via”. Infine ha chiuso a ogni possibilità di accordo con i 5 stelle: quella posizione che espresse su Rai1 sconfessando Martina in piene trattative per il governo, è stata confermata oggi per il futuro. Che tutti si levino dalla testa di andare a riparlare con i grillini finché lui è al governo.

Le timide critiche di Martina: “I tweet non bastano. Neanche Obama basta più”
Martina, assicurano i retroscena, ci ha provato a mettere alle strette i suoi dicendo che bisognava andare a congresso subito. Ma ha poi ceduto alla necessità di mediare tra le varie correnti. E’ così che oggi è stato eletto segretario e si è offerto come guida per “rilanciare il partito”. “Propongo”, ha detto dal palco, “che si avvii un percorso congressuale straordinario da qui a prima delle Europee che ci porti a elaborare idee, persone, strumenti nuovi. Dobbiamo riorganizzare tutto. In autunno terremo i congressi territoriali, perché nei territori il partito è collassato”. E poi a ottobre “un grande appuntamento che si rivolga al Paese. Chiedo di poter fare un lavoro ricostruttivo e rifondativo: in ballo ci sono le ragioni fondative del Pd”. Martina, in controtendenza con le parole di Renzi, ha anche invocato maggiore profondità e apertura verso l’esterno: “Nel lavoro di ricostruzione del Pd dobbiamo metterci profondità perché non bastano i tweet. Neanche Obama basta più. Sono disponibile a fare il segretario di un partito che ricostruisca una fase straordinaria di riprogettazione. Si può fare, nella nostra pluralità. Si può fare se tutti teniamo un crinale di responsabilità”. E, lui che nei giorni scorsi ha mostrato disponibilità al dialogo con Bersani, ha aggiunto: “Se ci sono democratici che non sono nel Pd cosa facciamo? Li teniamo fuori? Io sono pronto ad aprirgli porte e finestre. Quello che posso fare è rendermi disponibile, da questa assemblea, se lo vorrà, a fare il segretario di un partito che costruisce una fase straordinaria di riprogettazione, una pagina nuova sul progetto e poi sulle persone. Non ho paura della nostra pluralità se tutti teniamo a un principio fondamentale di unità e responsabilità. Penso che si possa fare, questo partito deve scuotersi e mettersi alla ricerca fuori di qui”. E ha concluso: “Nessuna nostalgia del passato – aggiunge – pagina bianca, nuova, sguardo sul futuro, umiltà e determinazione, umiltà e coraggio”.

Zingaretti fa le prove da candidato leader: “Renzi non ascolta e non ha argomenti”
Non è intervenuto dal palco, ma ha convocato i giornalisti fuori dall’hotel Ergife. Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti ha confermato di essere pronto a candidarsi segretario. E ha aperto lo scontro a distanza con l’ex premier: “A me quello che più mi ha colpito dell’intervento di Matteo e un po’ anche mi è dispiaciuto è che alla fine non si predispone mai all’ascolto degli altri, delle ragioni degli altri. Per un leader è un grandissimo limite”. E replicando alla frase di Renzi sulla “nostalgia dei Ds”, ha detto: “Sono caricature di chi non ha argomenti. Non si può andare avanti così, non si può tornare indietro con ricette del passato, siamo chiamati tutti a costruire una nuova strada per salvare e dare un futuro all’Italia sono ottimista che vinceremo questa sfida, sarà dura ma vinceremo. Mettere in campo un nuovo partito aperto alla società è esattamente quello che la stragrande maggioranza degli italiani si aspetta. Bando ai conservatorismi di chi fa finta di non capire che abbiamo perso perché abbiamo commesso degli errori, al bando l’illusione che si possa tornare indietro al bando però anche la furbizia di chi dice non è successo niente”.

Giachetti si riposiziona e attacca l’assemblea: “Noi dirigenti fragili e senza coraggio”
Tra le voci critiche, l’opinione più dura è arrivata da Roberto Giachetti. Che ha condannato duramente la scelta di rimandare le primarie a febbraio. “La decisione che state prendendo è un errore fatale”, ha detto. “Tecnicamente e politicamente un errore fatale. L’unico obiettivo è evitare di tenere il congresso quando si doveva, nell’autunno prossimo. Non avete il termometro qui, di qual è lo stato del partito. Non stiamo avviando niente e non dobbiamo prenderci in giro: stiamo prendendo tempo perché siamo una classe dirigente fragile, impaurita e non trova il coraggio di consegnarsi al suo popolo, come dovrebbe”. Quindi si è rivolto a Zingaretti, che sarebbe stato complice di questa decisione di rinvio: “Quando Zingaretti parla di un ciclo chiuso non parla di una sciocchezza ma Nicò, non si può considerare il ciclo chiuso adesso e riaprire il discorso tra un anno…”. E ancora su Calenda: “Dovremmo baciare per terra dove passa Calenda perché porta nel partito qualcosa di diverso”. Infine ha concluso citando le parole di Renzi, che il 5 marzo invocava il congresso subito e di evitare i caminetti: “Io sono ancora lì. E sapete che vi voglio bene lo stesso ma aspettare a svolgere un congresso finché non sappiamo con certezza chi lo vince è il contrario di quello che dovrebbe essere il Pd”.

Orlando ci prova a smontare le 10 cause della sconfitta di Renzi. Ma lui neppure è in sala
L’ex ministro della Giustizia ha fatto uno degli interventi più duri, cercando di replicare punto su punto a Matteo Renzi. “Chi vince guida, ma chi perde ha diritto alla dignità delle proprie idee, che non erano poi così balzane. La risposta non è la nostalgia degli anni ’90 del centrosinistra, oppure la nostalgia di Blair, la cui guerra in Iraq non derubricherei però a un incidente di percorso”. Per Orlando è sbagliato anche demolire le politiche dei 5 stelle a prescindere: “Non possiamo prendere in giro chi fa la fila per il reddito di cittadinanza o dire che vuole stare sul divano in molte zone del Paese i giovani non hanno opportunità di lavoro”. E ancora, replicando al riferimento di Renzi ai rider: “Il lavoro del rider non è una fase di passaggio, rischia di essere unico lavoro della vita”. Quindi Orlando ha attaccato Carlo Calenda e la sua proposta di fare “il fronte repubblicano”: “Il Fronte Repubblicano va bene ai Parioli”.