Marcello Dell’Utri ha lasciato questa mattina il carcere di Rebibbia dopo che il tribunale di Sorveglianza di Roma ha deciso di concedergli il differimento della pena per gravi ragioni di salute. Visibilmente dimagrito, con un camicione verde su cui sono infilati di traverso gli occhiali da sole, scarpe da ginnastica e una busta in mano. Così lo ha descritto l’Ansa mentre usciva dal carcere, dove lo attendevano i suoi due figli e il suo autista storico, per dirigersi verso l’abitazione nella Capitale dove sconterà i domiciliari fino al 28 settembre, data in cui è stata fissata l’udienza per discutere la perizia sullo stato di salute del condannato. L’ex senatore di Forza Italia e storico braccio destro di Silvio Berlusconi “è apparso soddisfatto e commosso – dice il suo legale Alessandro De Federicis a LaPresse – Rimane lucido anche se la malattia ha agito a livello fisico e psichico”.

“Non è certo la prima volta che un condannato lascia il carcere e torna a casa perché i tribunali ritengono stia male“, mentre, “anche per mancanza di giustizia, i nostri sopravvissuti alla strage di via dei Georgofili hanno una vita difficile, fanno ogni giorno il conto con la causa effetto di 277 chili di tritolo e tanta solerzia intorno a noi non la vediamo, neppure tanti dottori preposti, disposti a capire oltre ogni ragionevole dubbio che la strage terroristica eversiva lascia segni indelebili“, commenta in una nota Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, l’attentato compiuto da Cosa nostra nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993: l’esplosione di un’autobomba che provocò 5 vittime e 48 feriti.

“In Italia il senso di giustizia è molto ampio quando si tratta del reo e finisce là dove iniziano i calvari delle vittime“, aggiunge Maggiani Chelli, sottolineando che “resta il fatto che sono 25 anni che aspettiamo di sapere chi è ‘salito sul carro’ di Riina mentre era in corsa per trattare sulla pelle dei nostri figli l’abolizione di norme contro la mafia, come la certezza della pena”. La presidente dell’Associazione osserva che “il 26 maggio scorso, al convegno sulla giustizia in ricordo della strage di via dei Georgofili, in Regione Toscana, la magistratura ha parlato di ‘significativi indizi’ i quali porterebbero a continuare le indagini sui concorrenti di Cosa nostra nell’attentato, e uno degli indiziati è giusto Dell’Utri”, ma “questa è un’altra cosa, eventualmente sarà un altro processo a stabilire la verità“.

Dell’Utri è detenuto dal 2014, quando era diventata definitiva la sua condanna a sette anni per concorso esterno a Cosa nostraIl 20 aprile scorso aveva ricevuto un’altra condanna, questa volta a dodici anni di carcere al processo sulla trattativa Stato-Mafia con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. Proprio la possibilità di una nuova pena aveva portato, nel febbraio scorso, lo stesso tribunale di Sorveglianza a negare la liberazione del fondatore di Forza Italia. La condanna per concorso esterno a Cosa nostra, però, riguarda solo per i fatti commessi fino al 1992. Fino a quando, cioè, Berlusconi non era ancora un esponente di un partito politico. Lo sarebbe diventato formalmente solo alla fine del 1993. E infatti la pena inflitta a Dell’Utri al processo Trattativa è per i fatti commessi nel 1994. Quando Berlusconi è già presidente del consiglio. “La sentenza dice che l’ex senatore ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo”, aveva spiegato il pm Nino Di Matteo dopo la sentenza della corte d’assise di Palermo. Dell’Utri, in pratica, è colpevole di essersi fatto portatore del ricatto di Cosa nostra: o si attenuava la lotta alla mafia, o la piovra avrebbe continuato a colpire il Paese a colpi di tritolo. Adesso, però, Dell’Utri sta male. Ed è tornato a casa.