Non sono bastati gli infiniti rinvii e i tentativi di far rimarginare le ferite. Il Partito democratico uscito a brandelli dalle ultime elezioni si presenta alla tanto agognata Assemblea nazionale con le idee ancora più confuse di come è partito. Le strade, come previsto da statuto, sono due: convocare subito il congresso oppure eleggere un segretario con la maggioranza assoluta degli aventi diritto, cioè 501 voti. E qui sta l’inghippo: il reggente Maurizio Martina ha detto chiaro e tondo che non vuole fare il segretario a scadenza, ma nessuno ha intenzione di aprire le danze del congresso immediatamente. Troppi i nodi da sciogliere e le dinamiche da chiarire. E soprattutto, una fetta del partito vuole ostacolare la strada a Nicola Zingaretti, l’unica presunta novità sul panorama democratico. Intanto la mediazione che sembra essere stata raggiunta è quella di rieleggere Martina e fare il congresso prima delle Europee 2019. E’ a suo modo l’ennesima strada per non decidere: si rinvia la resa dei conti interna e i renziani proveranno fino all’ultimo a spostare il congresso a dopo le elezioni per il Parlamento Ue. Un modo come un altro per tenersi il partito. C’è grande attesa tra le altre cose per l’intervento di Matteo Renzi previsto in assemblea: pare che parlerà del governo, che chiarirà le sue posizioni e in qualche modo cercherà di riprendersi la scena. Ad ogni modo potrebbe saltare all’ultimo minuto.

Come ricostruito dall’agenzia Ansa, a 24 ore dall’Assemblea nazionale, è stato addirittura Martina a minacciare di ritirare la propria candidatura, costringendo quindi il Pd a celebrare subito il congresso. Un braccio di ferro proseguito per tutta la notte e che durerà fino alle 10,30 quando comincerà l’Assemblea. Sullo sfondo anche la polemica interna sulla discontinuità del profilo del Pd rispetto a quello di Matteo Renzi, richiesta dalla sinistra interna e osteggiata dall’ala renziana. Nelle scorse ore è stata diffusa l’ennesima voce secondo cui Renzi sarebbe stato pronto alla scissione (diffusa da Affaritaliani). La smentita di Luca Lotti e del portavoce Marco Agnoletto è arrivata puntuale. Insomma ci pensano da mesi, ma non è ancora il momento (o non ci sono abbastanza appigli per farlo davvero).

L’unica cosa che può fare oggi l’Assemblea (tra l’altro per quasi il 70 per cento composta da renziani) è eleggere, o rieleggere o confermare, Maurizio Martina. Se non mancherà il numero legale (ma “si tratterebbe di un atto politico” ha evidenziato Ettore Rosato), l’ex vice di Renzi da reggente diverrà segretario con tutti i poteri del caso, come quelli di nominare una propria segreteria. Anche su questo punto c’è l’accordo, sull’idea di una squadra unitaria. Certo, non mancano veti o dubbi, come quello di Gianni Cuperlo nei riguardi del renzianissimo Luca Lotti, che ha aperto una polemica però subito chiusa da Cuperlo. Sullo sfondo come una cometa è passata anche l’ipotesi di candidare Graziano Delrio alla segreteria. Una strada che, seppur molto ambita dall’ex ministro che sogna di continuare la sua carriera politica, è stata subito smentita dall’interessato: “Non sono disponibile per ragioni personali e politiche”, ha detto a Rai Radio 1. “Bisogna ridare valore ai propri ideali. Si apre la fase congressuale. Bisogna ripartire da una riflessione sui contenuti: di cosa ha bisogno la società italiana? Che messaggio vogliamo dare? Il partito ha bisogno di umiltà, non di personalismi e di divisioni. Dobbiamo discutere sui contenuti. E’ in atto un confronto tra forze politiche, culture e modelli di sviluppo. Bisogna trovare le parole giuste. C’è una grande sfida culturale. Non voglio sottovalutare il tema della leadership ma a forza di parlare di persone ci siamo dimenticati dei bisogni della società”.

La vera battaglia sarà a questo punto il se e quando sarà convocato il congresso. Come scrive l’Ansa, lo vogliono prima delle europee di maggio 2019 la sinistra che appoggia Nicola Zingaretti nella sua preannunciata candidatura, ma anche AreaDem di Dario Franceschini e Piero Fassino. Non dispiacerebbe anche alla maggioranza dei renziani, come è emerso alla loro riunione di giovedì, ma il vero piano diabolico (secondo loro) sarebbe quello di superare l’appuntamento elettorale e arrivare ad autunno 2019. Così da tenere saldo il controllo su liste e partito. E qui si è impuntato Martina che non vuole essere eletto segretario a scadenza, ed ha chiesto di non fissare domani la data, rinviando a dicembre la decisione. Alla fine potrebbe spuntare una formula bizantina, come “congresso in tempi utili per le scadenze elettorali”, che nel 2019 sono diverse.

C’è da dire che l’unico movimento degno di nota in background è quello di Martina, che ha colto la palla al balzo della lettera di Pier Luigi Bersani a Repubblica per aprire un canale di dialogo, invitandolo a discutere di futuro della sinistra direttamente alla Festa nazionale dell’Unità. Un primo approccio, che segue gli avvicinamenti già messi in atto dall’ala più attiva della minoranza interna, in particolare quella che fa riferimento a Andrea Orlando. Allargare il raggio d’azione è anche l’obiettivo dell’area vicina al governatore della Puglia, Michele Emiliano. “Dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo, il centrosinistra ha il dovere di ricostruire il proprio campo tornando credibile per gli elettori”, dice infatti Francesco Boccia. “Dobbiamo far tornare tutti quegli elettori che sono andati via, intercettati dal M5S e che oggi si ritrovano al governo, loro malgrado, con la destra di Salvini; con loro abbiamo il dovere di dialogare. Ma per farlo dobbiamo tornare a rappresentarli tutti insieme”. Nessuna preclusione, quindi. Concetto che dovrebbe valere anche per Carlo Calenda, promotore di quel Fronte repubblicano che all’interno del Pd stuzzica qualche appetito, ma finora non ha davvero scaldato gli animi. Soprattutto perché l’ex ministro dello Sviluppo economico da sempre ha scelto come leader Paolo Gentiloni, che a sua volta si è sfilato dalla contesa per cucirsi addosso un ruolo più da federatore, un po’ quello che fu Romano Prodi a metà degli anni Novanta. In questo valzer di proposte spicca il silenzio di Matteo Renzi, che ha scelto di parlare direttamente all’Ergife, davanti a tutti i delegati.

Quel che è certo, è che i democratici nemmeno sono usciti dalla loro emergenza che già devono affrontarne un’altra. Nelle scorse ore è stato arrestato Marcello Pittella, presidente Pd della Regione Basilicata, ai domiciliari nello sviluppo di un’inchiesta della Guardia di finanza sulla sanità locale. Gli esponenti Pd hanno fatto sapere di rispettare la magistratura e hanno inviato una nota di solidarietà con il governatore. Ma è solo l’inizio dell’ennesimo caso da cui in qualche modo il nuovo segretario dovrà tirarsi fuori.