A proposito di omaggi a Pino Daniele in questi giorni esce, Essenza (Forward music Italy), uno dei pochi tributi degni di questo nome al grande bluesman napoletano. Un album strumentale, raffinato, firmato da uno dei migliori chitarristi italiani, Mauro Di Domenico, collaboratore del gruppo cileno degli Inti-Illimani, di Massimo Ranieri, di Ennio Morricone e di Mauro Pagani. Un progetto nato su input di Claudio Poggi, primo produttore del nero a metà: “Fai un lavoro alla tua maniera, come hai fatto con Ennio Morricone, gli Inti-Illimani o per Ranieri e Mauro Pagani nella rilettura della canzone Napoletana”. Invito che il chitarrista non ha colto immediatamente. “Sorpreso e lusingato dalla stima di Claudio ero però allo stesso tempo preoccupato. Ho passato un’intera estate a riflettere, mesi di ascolti prima di decidermi”.

Un disco essenziale e rispettoso nel suono come nell’approccio, capace di farci dimenticare le polemiche e la retorica che nell’ultimo periodo hanno coinvolto il cantautore napoletano. Bellissima la rivisitazione di Anna verrà, così come Lazzari felici, Quando, Sicily di Chick Corea, 10 interpretazioni magistrali e un inedito: Vivrò, dove si può cogliere tutta la poesia e la sensibilità di Mauro Di Domenico. Un album che che vanta collaborazioni del calibro di Mauro Pagani, Paolo Jannacci, Phil Palmer, Danny Cummings e Mel Collins. Un disco imperdibile per chi ama Pino Daniele e in generale la musica, perché con Essenza l’arte del suono ritrova se stessa, ritorna a casa, lì dove nasce e ha senso, dove non esiste il business, ma solo la voglia di creare e di emozionarsi.

Come hai scelto i brani?
Pino mi piace tutto o quasi, quindi non è stato facile scegliere. Le corde della chitarra mi hanno aiutato nella selezione rendendo cantabili i brani scelti. E quando dico cantabile intendo dal punto di vista emozionale, per esempio amo molto Quanto chiove ma la versione strumentale non funzionava come avrei voluto e quindi ho desistito. Non ho mai forzato la mano. Credo che Pino avrebbe approvato tale impostazione.

Come hai scelto le collaborazioni?
Questo è stato un punto determinante per la costruzione del progetto, perché si tratta di un disco delicato e pericoloso proprio per il rispetto che ho per il lavoro profuso da Pino nell’arco della sua, purtroppo, breve vita. Un instancabile lavoratore che ha sempre sperimentato e cercato di andare oltre. Così mi sono imposto di non chiamare nessun musicista napoletano e ancor più quelli della sua scuderia. Musicisti con la “m” maiuscola, molti dei quali sono cari amici con cui ho collaborato in passato. Gigi, Rosario, Ernesto, Tony, il compianto Rino hanno già espresso il loro meglio con Pino nelle versioni originali ed era giusto che restassero cosi. In più ho evitato Napule è, anche se poteva reggere come struttura musicale, perché non è posso più di sentirla cantare da altri, credo che quella canzone, come Caruso di Lucio Dalla, la possa cantare solo lui.

Che rapporto avevi con Pino?
Con Pino ci sono stati rari incontri ma sempre di qualità e di stima reciproca. Lo conobbi nel 1981 al mitico studio di registrazione Stone Caste di Carimate, io ero con i Musica nova, lui nella sala di fronte a lavorare su Vai mò con Tony, Tullio, Rino, James e Joe. Passammo un mese insieme, in cui spesso ci divertivamo a improvvisare fondendo blues e flamenco. Poi nel 1992 mise in piedi l’etichetta Freeland, la prima di musica new age in Italia, eravamo io, Rosario Jermano, Mario Rosini. Ci incontrammo a Milano e passammo la mattinata insieme a parlare del disco, fu allora che mi suggerì di prendere assolutamente la paradis guitar cosa che feci due mesi dopo. Quando la suono, una parte di me si ricollega direttamente a lui, sempre, come a dire “M’arraccumann’ nun fa bagarie” (Mi raccomando non fare cazzate). L’ultima volta ci siamo incontrati allo Stadio olimpico di Roma, io ero con Nicola Piovani, un mega concerto per i terremotati, un gran caldo, lui in pantaloncini corti, sorriso alla Pino e una band di inglesi. Non l’ho più rivisto e il mio rammarico è stato non condividere mai il palco con lui, ma forse mi sono vissuto la sua parte più diretta e immediata, il suonare in privato, schietto e puntuale come un appuntamento mai preso.

Cosa ha rappresentato per te la sua musica?
Pur essendo di estrazioni musicali diverse, Pino il blues, chitarra elettrica con geniale fusione del sound targato Napoli e la musica afroamericana, io diploma al conservatorio, quindi estrazione classica ma con ampie aperture alle contaminazioni multietniche, ho sempre provato grande interesse e curiosità per le sue produzioni. La sua musica era perfetta, le sue note necessitavano di esistere proprio lì e con quell’accordo che mi sorprendeva sempre. Ci sono stati momenti in cui facevo fatica a comprenderlo e cose che non mi hanno dato le medesime emozioni a cui mi aveva abituato, ma questo credo sia fisiologico per tutti i musicisti/artisti che hanno un’impronta di grande personalità. Ho imparato molto ascoltando e riascoltando Pino.

Come mai la scelta di un disco interamente strumentale?
Anche qui ho operato una scelta drastica evitando pericolose scivolate. Poteva essere naturale chiedere la collaborazione di amici cantanti, e ne ho tanti, in primis Ranieri, Morgan, Arisa, Antonella Ruggiero, Roberto Vecchioni, l’elenco potrebbe continuare. Ma anche qui non avrei aggiunto nulla di nuovo, sarebbe stato troppo facile, oltretutto mi piaceva l’idea di omaggiarlo con il nostro strumento preferito, il nostro congeniale mezzo di comunicazione: la chitarra. Ho cercato di trasmettere lo stato emozionale della sua voce, unica e inconfondibile, attraverso l’arduo compito delle sei corde, non so se ci sono riuscito, ma di sicuro c’ho provato con tutto l’amore possibile.

Cosa pensi del tributo concerto “Pino è” andato in onda in prima serata su Rai 1?
Al di là del facile commento sulla resa tecnica, i tempi morti, un ascolto imbarazzante, una regia (c’era una regia?), il tutto è stato distante anni luce dal personaggio Pino, anzi anni bui. La cosa più bella sono stati gli spettatori e gli eroi della serata: i musicisti di Pino, le band storiche. Non oso immaginare cosa hanno pensato quando tentavano di riparare ai fuori tempo, alle stonature senza vergogna di quasi tutti, salvando la pace del mestierante bravo che è Massimo Ranieri, l’amico Enzo Gragnaniello, che insieme alla Nccp sono stai mortificati in tardissima notte. Con quella roba lì Pino non c’entra nulla, lì si è celebrato tutto tranne lui.

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