Le parole del Ministro Di Maio, che all’Internetday si è detto, senza mezzi termini, contrario ad alcune delle previsioni contenute nella proposta di direttiva dell’Unione europea in materia di diritto d’autore nel mercato unico digitale, un risultato lo hanno sortito certamente: hanno, finalmente reso di massa un dibattito sin qui rimasto, almeno nel nostro Paese, nel chiuso dei circoli elitari degli addetti ai lavori.

Le reazioni, infatti, non si sono fatte attendere né da parte dell’industria dei contenuti, né da parte della Commissione europea, né da parte del presidente dell’Unione europea Antonio Tajani che – per la verità, rompendo il dovere di imparzialità – ha duramente contestato Di Maio, auspicando che la sua non sia la posizione del governo italiano.

Ma proprio perché, per fortuna, il dibattito è diventato pubblico nel senso più alto e nobile del termine val la pena di spiegare di cosa si sta discutendo in maniera accessibile a tutti perché si tratta – è bene dirlo subito – di un tema che riguarda il futuro, la libertà di parola, la cultura e la nostra democrazia.

L’Unione europea ha ritenuto che la vigente disciplina sul diritto d’autore, complice lo straordinario progresso tecnologico degli ultimi anni, meritasse di essere aggiornata per renderla idonea a meglio governare la pubblicazione e la condivisione di contenuti digitali online. Lo ha fatto con una proposta di direttiva che lo scorso 20 giugno è stata approvata dalla Commissione giuridica del Parlamento europeo e che il prossimo 4 luglio sarà votata in aula. Si è trattato di una scelta meritoria, incontestata e incontestabile.

Al centro del dibattito divenuto incandescente nelle ultime ore vi sono, in particolare, due delle disposizioni contenute nella proposta di Direttiva:

1. la prima stabilisce che la pubblicazione di un cosiddetto snippet – un link con una manciata di caratteri di anteprima – di un articolo di un giornale online rappresenta una forma di utilizzo dei diritti d’autore con la conseguenza che necessita di un’autorizzazione e del pagamento di un compenso all’editore.

2. la seconda stabilisce che i cosiddetti intermediari della comunicazione ovvero i soggetti che consentono la pubblicazione online di contenuti prodotti dai propri utenti hanno bisogno di una licenza per svolgere tale attività e devono, comunque, dotarsi di specifici filtri automatici capaci di identificare e bloccare la pubblicazione di ogni contenuto coperto da diritto d’autore in mancanza di un’adeguata licenza.

Valutare la bontà delle due disposizioni – va detto con grande onestà intellettuale – è difficile.

Entrambe le disposizioni si fondano su riflessioni, preoccupazioni e esigenze reali, importanti e di grande rilievo economico e culturale. E’ giusto che ci si interroghi sul futuro dei quotidiani in un sistema nel quale, sempre più di frequente, poche grandi piattaforme online si candidano a divenire il veicolo attraverso il quale miliardi di persone in tutto il mondo leggono il giornale e, probabilmente, è anche giusto riflettere sull’equità di un sistema che consente ai gestori i tali piattaforme di produrre ricchezza proprio grazie allo straordinario valore che, per fortuna, l’informazione prodotta dagli editori di giornali continua ad avere.

L’internet del tutto gratis per tutti non è un mondo ideale e non rappresenta, prima ancora che un modello di business sostenibile un modello di società sostenibile.

E, egualmente, è sacrosanto che l’industria dei contenuti, tutta – musica, cinema, fotografia e editoria – esiga dagli Stati un adeguato livello di tutela rispetto a chi cannibalizza i propri contenuti culturali è creativi.

Occorre, però, dirsi con altrettanta franchezza che le disposizioni in questione non rappresentano una soluzione né moderna, né democraticamente sostenibile a questi problemi e, soprattutto, peccano sia in termini di concreta attuabilità che di equità. Una manciata di battute per chiarire le basi di un giudizio indubbiamente severo.

Cominciamo dalla cosiddetta link tax, che – va detto chiaramente – non sarebbe una tassa anche se, innegabilmente, a una tassa rassomiglierebbe. I link, le anteprime, gli snippet, l’aggregazione di link sono parte integrante dell’infrastruttura del web e delle autostrade lungo le quali corre l’informazione online. Pensare che chicchessia debba chiedere permesso a chicchessia prima di usare, in questa forma, un estratto di un altrui contenuto è semplicemente insensato. E’ un esperimento già fallito nei Paesi dell’Unione europea che per primi lo hanno tentato: Spagna e Germania.

Ma, soprattutto, espone a un rischio ingiustificato – specie in presenza delle scarse chance di successo – il pluralismo dell’informazione online: se per non pagare il compenso, le grandi piattaforme smettessero di indicizzare e aggregare contenuti – come già accaduto nell’esperienza spagnola – forse i grandi editori sopravvivrebbero ma i più piccoli diverrebbero di fatto inaccessibili e sarebbero condannati all’estinzione. Il sacrificio in termini di pluralismo dell’informazione sarebbe enorme. Ci ritroveremmo tutti a fare un passo indietro lungo più di un secolo quando fare informazione era appannaggio di pochi.

E veniamo alla seconda disposizione, giustamente, al centro del dibattito. La questione è ormai vecchia più o meno quanto il web e ruota attorno a un paio di domande: chi è responsabile per la pubblicazione di un contenuto in violazione dei diritti d’autore su una piattaforma come YouTube? E a chi tocca accertare se la pubblicazione di un contenuto viola effettivamente i diritti d’autore?

I promotori della proposta di direttiva rispondono YouTube a entrambe le domande. Ma sbagliano e rischiano di far imboccare all’intera Unione europea una strada sbagliata e che potrebbe condurre a trasformare la Rete da quella straordinaria agorà pubblica che oggi, ancora – tra mille difficoltà – potrebbe rappresentare in una grande televisione nella quale pochi decidono la dieta mediatica di miliardi di cittadini del mondo.

E’ chi sceglie di pubblicare un contenuto che deve rispondere dell’eventuale violazione dei diritti d’autore e sono esclusivamente giudici e autorità a dover decidere se la pubblicazione di un contenuto sia lecita o illecita. Ogni scorciatoia rispetto a questa strada maestra rappresenta una minaccia per la libertà di informazione e la democrazia.

Se si stabilisce che il proprietario della piattaforma risponde di quello che pubblicano gli utenti il risultato ovvio è che questi limiterà la libertà di parola degli utenti oltre ogni ragionevole limite in modo da abbattere – così come esigerebbero i suoi azionisti – il rischio di impresa.

E se si stabilisce che tocca sempre al proprietario della piattaforma scongiurare il rischio che vengano pubblicati contenuti pirati, gli si affiderebbe nella sostanza il compito di ergersi a giudice delle violazioni dei diritti d’autore sostituendosi a giudici e autorità.

Il risultato complessivo, nel breve periodo, sarebbe scontato: le piattaforme cosiddetto user generated content, in una manciata di mesi, diventerebbero appannaggio esclusivo di una manciata di grandi editori che le utilizzerebbero per far rimbalzare lontano i contenuti sino a ieri diffusi in Tv mentre i piccoli utenti di queste piattaforme, sarebbero invitati, a colpi di rimozioni giuste ed ingiuste dei propri contenuti, a chiedere asilo in qualche isola lontana dalle grandi rotte dell’informazione.

E’ davvero questo il web che vogliamo? Io mi rispondo di no. Ma, naturalmente, ciascuno, in cuor suo è giusto che risponda secondo coscienza. I problemi sul tavolo vanno affrontati e, probabilmente, si è già perso troppo tempo ma quella indicata da Bruxelles, questa volta, sembra davvero la strada sbagliata.